Aeroporti: i Benetton di Atlantia puntano su Bologna ma non mollano (ancora) Venezia

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L’esordio nel settore aeroportuale data 2013 e la prima scelta fu Roma con Ciampino e Fiumicino. Tre anni dopo, il consolidamento con l’operazione in Costa Azzurra e gli scali di Nizza, Cannes e Saint Tropez. Quindi, il tentativo di scalata di Venezia. Ma adesso tocca a Bologna. Atlantia, società controllata dalla holding Edizione della famiglia Benetton, a quasi un anno di distanza da quel 20 settembre 2016, replica l’operazione finanziaria che l’ha portata a controllare il 21,3% di Save Spa che gestisce gli scali di Venezia, Treviso, Verona, Brescia e Charleroi.
Il 3 agosto, con un investimento di 164,5 milioni, la società che gestisce anche le Autostrade d’Italia ha acquisito il 29,38% dell’hub Guglielmo Marconi. A vendere ci sono la San Lazzaro Investment Spain (Fondo Amber) che ha realizzato con 99,9 milioni il suo investimento pari al 17,85% del capitale del Marconi (15,50 euro ad azione) e Italian Airports Sarl (della galassia del finanziere Andrea Bonomi) con il suo 11,53% e un controvalore di 64,6 milioni. Amber e Bonomi erano entrati nel capitale nel 2015, contestualmente allo sbarco in Borsa dello scalo. Le azioni furono quotate in fase di Ipo a 4,50 euro. Nell’ultimo anno sono cresciute dell’84%.

Il 3 agosto, sulla scia dell’operazione, il titolo ha chiuso a +9,84% a 15,41. Ma c’è una curiosità da annotare: anche nella scalata a Save del 2016,  Atlantia comprò le quote dal Fondo Amber intenzionato a monetizzare. «Gli accordi – spiega Atlantia – prevedono un meccanismo di integrazione parziale del prezzo qualora entro 18 mesi venisse promossa dal Gruppo Atlantia un’offerta pubblica di acquisto o scambio sul titolo a un prezzo superiore a quello riconosciuto (il 3 agosto, ndr). Eventualità attualmente non allo studio».

Si tratta di un «ingresso di natura prettamente finanziaria che riconosce le grandi potenzialità di sviluppo dello scalo» ha specificato l’ad Giovanni Castellucci. Un’operazione apparentemente simile a quella narrata a Venezia:  Atlantia non avrà componenti in cda e non influirà nella governance. Ma già si parla di un’opa totale, specie dopo che Enrico Marchi, orchestrando il riassetto Save con i fondi Deutsche Am e Infravia, ha sbarrato la strada alle ambizioni della famiglia di Ponzano. Tant’è che qualcuno ipotizza un’uscita di  Atlantia da Save con una liquidazione da 250 milioni.

Ora i Benetton sono diventati i secondi soci a Bologna dopo la camera di Commercio provinciale che controlla il 37,5%. Nel capitale, con il 6,8% (dati Consob) anche il fondo F2i. «Salutiamo l’ingresso di  Atlantia con soddisfazione – ha detto il numero uno dell’ente camerale bolognese -. Siamo convinti che fornirà un apporto importante». E difatti, Castellucci ha aperto al «completamento del collegamento mediante people mover con la stazione ferroviaria ad alta velocità di Bologna» che «incrementerà ulteriormente la competitività dello scalo (già sesto in Italia con 7,7 milioni di passeggeri) presso altre destinazioni del Centro-Nord Italia».

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Le ex Popolari venete? Salvate da un decreto che “condanna” gli azionisti

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AssembleaIl decreto banche venete è legge. Con 148 «sì» e 91 «no», il testo blindato dalla fiducia ha chiuso il suo iter parlamentare; ma questo «salvataggio» non salva tutti i risparmiatori. E se per una parte degli obbligazionisti retail si apre la strada limitata dei rimborsi, per gli azionisti azzerati restano poche speranze. Lo dice il ministro Pier Carlo Padoan: «Gli effetti delle loro scelte e dei comportamenti impropri degli amministratori non possono gravare sui contribuenti».

Sulla stessa linea Bankitalia che nella memoria inviata al Parlamento chiosa: «I diritti degli azionisti potranno essere soddisfatti solo nell’eventualità in cui lo stato recuperi integralmente quanto versato a supporto dell’intervento e siano stati soddisfatti gli altri creditori». Tra questi c’è la stessa Intesa che ha prestato 5,4 miliardi alle banche in liquidazione per lo sbilancio tra attività e passività.

Soci che non hanno transato. Parliamo di circa 85 mila tra imprese e persone, molti con contenziosi congelati come prevede l’art. 83 del Testo unico bancario. Quello che stanno facendo i legali è l’istanza di accertamento del passivo per il risarcimento del danno. Termine 24 agosto, via raccomandata. «Ci aspettiamo l’opposizione, quindi ci sarà tempo 15 giorni per rispondere. La nostra opposizione aprirà un giudizio civile: una causa a tutti gli effetti» spiega Maria Bruschi, avvocato dello Studio Zanvettor Bruschi. «Al momento non c’è uno stato patrimoniale dichiarato» spiega, quindi non si sa cosa intaccare; «ma chi ha ottenuto una condanna dall’Arbitro finanziario Consob sarà avvantaggiato» aggiunge.

L’avvocato Paolo Quaggetto prende le distanze: «L’interesse dell’azionista non può essere soddisfatto dalla procedura di liquidazione, bisogna individuare altri soggetti responsabili e azioni alternative di responsabilità, come Bankitalia e Consob». L’associazione Ezzelino da Onara si sta muovendo per l’istituzione di un fondo vittime dei reati bancari di aggiotaggio e ostacolo alla vigilanza. Ma c’è un altro elemento in gioco: «Se i commissari dimostreranno che la banca era in stato di insolvenza e il tribunale la dichiarerà – spiega Quaggetto -, potrà essere contestato il reato di bancarotta con applicabili norme fallimentari e reati penali». Tra queste anche la revocatoria.

Se si è aderito alla transazione (Opt). Qui il rischio è proprio la revocatoria su 441 milioni versati in conto corrente a 121.059 soci. Oggi non è chiaro se questi importi saranno tassati. In Parlamento è passato un ordine del giorno che impegna il governo a «valutare» la questione. Il che potrebbe declinarsi in una circolare all’Agenzia delle entrate o in un comma-articolo nella prossima legge di Bilancio.

Obbligazionisti subordinati. Il termine per accedere al Fondo Interbancario è il 30 settembre 2017. La procedura – che è quella delle 4 banche liquidate nel 2016 – prevede l’indennizzo forfetario e un arbitro. Si deve aver comprato il bond in banca entro il 12 giugno 2014, avere un patrimonio inferiore a 100 mila euro e reddito Irpef sotto i 35 mila. È passato un ordine del giorno per ampliare (relativamente alla data) la platea. Ma c’è un rischio ingorgo perché il Fondo deve terminare le pratiche di Etruria e per legge i tempi di liquidazione sono di 60 giorni.

Fondo Welfare. Che fine hanno fatto i 60 milioni stanziati dalle banche ai disagiati? Sono in mano ai liquidatori. I legali sperano nel pressing di associazioni e categorie per smobilizzarli. Per Veneto Banca i termini, tra l’altro, non sono neanche scaduti.
Parte civile. «Inutile la costituzione di parte civile sui procedimenti penali» spiega Quaggetto. «Ora può essere fatta solo nei confronti degli imputati, senza ottenere la condanna al risarcimento del danno delle banche quali responsabili civili» dice l’avvocato Rodolfo Bettiol: «Anche ogni altra azione civile risulta oggi indebita» chiude il legale.

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Affitti in mare aperto: nasce in Veneto l’Airbnb delle barche

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I fondatori di RemyApp

E’ nata RemyApp.it, la risposta marittima al successo di servizi come Airbnb, Bla bla car e Gnammo, per il noleggio occasionale di imbarcazioni tra privati.

La piattaforma è stata presentata venerdì 21 luglio a Chioggia (Venezia) in anteprima in Italia, grazie anche a una convenzione con la Darsena Le Saline: i due attori, infatti, si sono impegnati ad effettuare azioni comuni, anche sotto il profilo della promozione turistica.

Alla presentazione hanno partecipato Roberto Perocchio, presidente di Assomarinas (Associazione Italiana Porti Turistici che aderisce a Confindustria, Marco Boscolo Buleghin, responsabile amministrativo della darsena Le Saline di Chioggia, e lo scrittore e velista Alfredo Giaccon che gira il mondo in barca a vela da più di trent’anni.

L’idea imprenditoriale nasce da un gruppo di due famiglie – 5 soci – con la passione per il mare e la nautica e una grande esperienza nelle tecnologie e nell’internazionalizzazione delle aziende italiane: Tito Alleva e Patrizia Barbieri, imprenditori nel campo delle tecnologie, sia in Italia che all’estero, già presidente di Confapi Padova (Tito) e presidente regionale di Confapi (Patrizia) e Michele Lorenzon Vos, una lunga esperienza internazionale di direzione di società di servizi e industriali in Italia e all’estero.

Remy facilita il noleggio occasionale di barche e super yacht tra privati, riunendo in un solo portale web tutti gli elementi necessari alla concretizzazione del noleggio.

I servizi sono fruibili da un portale partecipativo gratuito o da una App, dove gli armatori possono proporre il noleggio della propria imbarcazione agli utenti della rete, con cinque diversi modi di noleggio: noleggio con armatore, noleggio senza armatore (sola barca), noleggio in trasferimento, noleggio con skipper, noleggio al molo (senza navigazione). “Confermata la prenotazione, i servizi di Remy Service sono accessibili per rendere il noleggio occasionale nel Mediterraneo un’esperienza sicura, trasparente, conveniente, facile” spiega l’azienda.

La società propone i suoi servizi  in 4 lingue (italiano, tedesco, francese, inglese) che nel tempo diventeranno 8 (italiano, tedesco, inglese, francese, croato, spagnolo russo, greco) e partecipa a promuovere il territorio italiano e a sviluppare il mercato della nautica da diporto ed i servizi turistici. Ha ambizioni internazionali, poiché prevede di sviluppare un’attività locale in tutti i paesi europei che si affacciano sul Mediterraneo.
Per tutelare l’armatore, il suo cliente e l’eventuale equipaggio durante tutto il periodo di noleggio, le barche, i suoi passeggeri e il suo equipaggio saranno coperti da un’Assicurazione coperta gratuitamente da Remy, creata su misura in collaborazione con AIG. Questa assicurazione kasko copre le barche per i danni, la perdita in navigazione, l’incendio e scoppio, le spese di assistenza, di salvataggio e di rimozione del relitto, mentre per i passeggeri e l’equipaggio AIG prevede una copertura sanitaria alla persona.

Inoltre Remy ha stretto una partnership con Emergensea a completamento delle garanzie assicurative già offerte gratuitamente durante il periodo di noleggio.

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Benetton ritorna in pista e vuole la Ducati

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Andrea Dovizioso e la sua Ducati (da sito dell’azienda)

Se l’operazione Atlantia-Abertis, il cui studio risale ancora al 2016, è stata partorita dal genio manageriale di Gianni Mion, la partita Ducati è tutta farina del sacco di Marco Patuano.

Il nuovo amministratore delegato di Edizione Srl, ex ceo Telecom, è entrato nella galassia Benetton a gennaio di quest’anno, sette mesi fa, portando una sferzata di energia e nuovi sorprendenti dossier sul tavolo del gruppo che oggi si occupa di infrastrutture e servizi per la mobilità, ristorazione aeroportuale e autostradale, tessile-abbigliamento, immobiliare e agricolo.

L’acquisizione di Ducati, gestita fino all’altro giorno con la massima copertura, potrebbe essere per la famiglia di Ponzano, un nuovo capitolo industriale molto ben allineato al decalogo sugli «investimenti di lungo periodo» esplicitato nella relazione di bilancio 2016 da poco approvato e reso noto al pubblico: «aziende target con forte esposizione internazionale e leadership di settore», «gestite da management con forte visione imprenditoriale», in «settori non correlati con il portafoglio esistente», con «dimensione di investimento tale da consentire un’influenza strategica». Edizione spiega che «nei progetti di investimento possono essere coinvolti partner»; e non è escluso che, per Ducati, i Benetton possano assere affiancati da un fondo a supporto dell’esborso monetario.

Oggi Edizione ha in cassa 1,85 miliardi liquidi: Ducati viene valorizzata tra 1,2 e 1,5 miliardi.Volkswagen, che ne è proprietaria dal 2012, vuole venderla. Il caso Dieselgate finora è costato al colosso teutonico 25 miliardi di dollari negli Usa. Il marchio dunque verrà ceduto per fare cassa; ma è anche vero che il mondo delle auto non è quello delle moto e in questi 5 anni, notano gli esperti, sono davvero poche le sinergie industriali create dal marchio a doppia «V».

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Gilberto Benetton vicepresidente di Edizione

Volkswagen aveva palpitato ben sei anni prima di conquistare Ducati. La rossa italiana era nel cuore del patron di Volkswagen Ferdinand Piëch, in quanto fu la sua prima moto. Così, nel 2006, quando Texas Pacific Group lasciò Borgo Panigale (da sempre sede dell’azienda), Piëch si fece avanti ma venne battuto da Investindustrial di Andrea Bonomi.Il finanziere resse le positive sorti di Ducati – che sotto la guida del ceo Gabriele Del Torchio diventò uno dei più redditizi brand motociclistici al mondo – fino al 2012; poi, ironia della sorte, lo cedette a Piëch. I tedeschi di Audi, che in gara sconfissero Mercedes, la pagarono 860 milioni. Oggi il marchio vale ben di più.

I Benetton, che ufficialmente rispondono «no comment», stanno definendo un’offerta non vincolante – si dice per 1,2 miliardi – per accedere alla short list. Ma non sono i soli e la partita è davvero agguerrita. Tra le offerte pervenute vi sarebbero anche quella del fondo Usa Bain Capital, le indiane Eicher Motors e Bajaj Auto, l’americana Polaris Industries e la stessa Investindustrial di Bonomi. Circolano poi voci su Cvc Capital Partners, Advent e Pai. Si sarebbe invece defilata Harley-Davidson.

Il 19 luglio un nostalgico Flavio Briatore ha postato sui social una foto al fianco di Alessandro Benetton. Nella didascalia si legge: «Qualche anno fa, tre titoli mondiali (nel team di Formula 1, ndr)». La storia si potrebbe ripetere domani… in MotoGp.

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Anna Fendi: “I francesi? Sono più bravi di noi, ma il made in Italy resta eterno”

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Le cinque sorelle Fendi e Karl Lagerfeld

PADOVA. Ray ban da vista scuri, capelli biondo platino, vestito d’oro e nero. Animo elegante, fare raffinato, eloquio quieto e preciso. Anna Fendi arriva a Padova, in una giornata di sole, ambasciatrice attesa per la nuova collezione da tavola, a sua firma, nello showroom padovano della vicentina Ad Dal Pozzo. Stilista, creatrice con le quattro sorelle (Paola, Franca, Carla e Alda) e la madre (Adele Casagrande) del celebre marchio dalla doppia effe rovesciata, ha ricevuto nel 2011 il prestigioso riconoscimento Hall of Fame Woman of the Year per il suo ruolo di ambasciatrice del made in Italy del mondo. Dopo aver venduto l’azienda al colosso francese Lvmh, Anna Fendi ha reinvestito tutto in una nuova attività imprenditoriale: una collezione esclusiva di vini selezionati, rigorosamente prodotti in Italia. FF: Prima il fashion, ora il food.
Signora Fendi mi tolga una curiosità fin dal principio: chi fu a ideare il logo della doppia effe rovesciata divenuto il simbolo eterno di Fendi nel mondo?
Quello lo disegnò Karl. Era il 1966.
Lagerfeld fu il vostro primo stilista e ancora oggi è direttore artistico di Fendi, azienda passata ai francesi nel 2000. E’ lui il driver della continuità?
Io sono uscita proprio nel 2000 ma mia figlia Silvia (Venturini Fendi, ndr) ha preso il mio posto. Eravamo in cinque sorelle e ognuna aveva il suo ruolo. Non che nessuno ce l’avesse in realtà mai assegnato, abbiamo seguito, ognuna, la propria predisposizione innata. E così io sono stata la responsabile studio e stile di Fendi e oggi Silvia si occupa di tutti gli accessori che lei disegna, della linea uomo e bambino e rappresenta tutta la linea moda. Karl Lagerfeld la conosce da quando era bambina, Silvia è cresciuta con Karl c’è forte affetto e affiatamento.
Come è nata la grande storia imprenditoriale Fendi?
Il vero personaggio di famiglia era nostra madre. Una donna eccezionale e agguerrita. Abbiamo perso nostro padre da giovani e poteva essere indebolita dalla mancanza del compagno. Ho iniziato a lavorare da piccola, mamma aveva un’azienda a Roma di pelli e maroquineria con un laboratorio di pelliccia al piano superiore. Ho lavorato per necessità, mamma aveva bisogno d’aiuto e io non avevo ancora 18 anni. I primi tempi sono stati terribili. Mia madre poteva dirigere un esercito di soldati e io non amavo questa impostazione di lavoro quindi appena ho potuto mi sono impegnata per cambiare.
Da dove è iniziato il cambiamento?
Ho iniziato a cercare accessori, mi sono occupata di trasformarli a mio piacere d’accordo con i fornitori e poi a richiederne l’esclusiva.

Anna Fendi

Fendi è stata ed è soprattutto pellicceria.
La pellicceria allora era un status, un modo di ostentare la ricchezza ma non c’era nulla che fosse moda. Noi abbiamo avuto per prime il coraggio di rinnovarle: niente fodera, pelliccia reversibile e leggera, nessuna sovrastruttura. Ma il vero grande coraggio l’abbiamo avuto quando abbiamo scelto di prendere una sede in centro a Roma in via Borgognona, una strada non conosciuta ma parallela alla mia adorata via Condotti.
Ci racconta?
Allora era in vendita il vecchio cinema-teatro Bernini: abbiamo acquistato l’immobile e ce lo siamo sentito sulle spalle con un’esposizione economica non indifferente. Nella parte sottostante abbiamo aperto un punto vendita diretto, al piano superiore l’atelier di moda quindi i laboratori. Era il 1965 e trovai più resistenze dalle mie sorelle che da mamma.
Fu allora che avvenne l’incontro con Lagerfeld?
Capimmo che avevamo bisogno di un buon disegnatore e di lavorare in team con lui. Il nostro PR ci presentò Karl Lagerfeld che ai tempi era giovane e meno celebre ma la creatività non ha età. Con lui trovammo il coraggio di andare oltre la clientela romana e di presentare una collezione pret à porter di pellicce a Firenze a Palazzo Pitti. Una collezione di stampati di cavallino ispirata alla Lapponia che ancora oggi è modernissima. Karl anticipava sempre i tempi… Poi siamo arrivati a Milano. Da lì grazie all’Ice in America, in tour da Chicago a San Francisco per presentare una nuova collezione di pellicce innovative al polpaccio. Gli americani però non le amarono.
Un buco nell’acqua?
Stavo per tornare a casa delusa quando decisi di fare tappa a New York con mia sorella Carla e Rudi Crespi. Visitammo diversi grandi store e incontrammo i loro manager. Li invitammo a vedere la nostra collezione in albergo e Bergdorf Goodmann ci chiese subito di poterla vendere. Era il 1975. Da lì, da NY, Fendi conquistò il mondo e anche la stampa italiana che fino ad allora non ci aveva granché gratificato.
Altro che marketing…
Il marketing è buon senso applicato: abbiamo sempre lavorato duro sapendo che la moda doveva anche essere produttiva.
Il suo ricordo più bello di quegli anni?
Da noi a Roma sono passati grandi nomi come Sergio Leone, Visconti, Fellini, Scorzese. Ricordo ancora il mese di lavoro per vestire Silvana Mangano per il film “Gruppo di famiglia in un interno”.

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Anna Fendi in una foto d’archivio

La più grande invenzione della moda qual è stata a suo avviso?
Nessuno inventa nulla neanche nella moda. Forse l’unica vera invenzione sono stati i tacchi a spillo. E’ un continuo prendere spunto”.
E l’idea della collezione di vini come è venuta?
“Avevamo una villa storica di famiglia lungo il Tevere a Roma, a pochi minuti da piazza del Popolo. Si chiama Villa Laetitia è del Brasini e risale al 1911. Nel 2000 quando sono uscita da Fendi ho pensato di restaurarla e trasformarla in Hotel, lasciandole il nome storico latino. Contestualmente è nata la necessità della ristorazione tramite la gestione di un’enoteca stellata, La Torre, e un piccolo bar. La ricerca dei vini è partita da una passione personale ed è diventata una sorta di guida per gli ospiti dell’albergo. Mio marito è un appassionato di vini ed è lui il responsabile. Insieme abbiamo cercato di dare il meglio. Questa avventura imprenditoriale è partita nel 2013 selezionando piccole cantine e posizionando i vini nei migliori ristoranti di Roma”.
Poi è diventato un business…
Poi ci siamo allargati ma sempre nei piccoli numeri: nel 2016 abbiamo venduto 30 mila bottiglie e per il 2017 contiamo su un aumento del 25% visti i contatti con gli importatori. La soddisfazione ci arriva dall’export che vale l’80%: Cina, Giappone, Malesia ma anche Polonia, Londra. Abbiamo trattative in corso con l’Australia, Paesi Baltici e Russia. Siamo sui 2 milioni di euro di fatturato con un’azienda, la Afv Srl, flessibile ed elastica.
L’etichetta è Anna Fendi, ma non lo producete voi..
Ci appoggiamo a piccole cantine dove c’è la qualità maggiore: vino buono e sano che non coincide con il biologico. La garanzia è la selezione, perché è questa la nostra differenza, il fatto che abbiamo scelto solo 25 cantine tutte italiane. L’etichetta anteriore riporta il logo Anna Fendi, sul retro citiamo per intero il produttore. Sei di queste etichette sono venete, è la regione oggi più rappresentata nel nostro portafoglio.
Solo made in Italy?
Abbiamo rifiutato un grande vino francese, ma è una questione di coerenza e nel 2011 sono stata premiata proprio per la continua difesa della produzione made in Italy.
Ma Fendi non è più italiana.
Anche in mani straniere un brand resta una creatura italiana, specie se è un marchio nato da una grande famiglia. Il problema è che è fatale, che alla quarta generazione, questo legame si sciolga. Per essere eterni questi marchi hanno bisogno di denari e gruppi forti.
Quindi di colossi come Lvmh.
I francesi sono più bravi di noi e sanno gestire meglio, noi non siamo mai riusciti a portare Fendi dove l’ha portata Lvmh. Avevamo pochi negozi, oggi sono 250 i monomarca nel mondo. Ma io mi sento ancora Fendi e il personale è Fendi. I buyer continuano a venire a Roma ad acquistare e vedo una grande difesa dell’italianità da parte dei francesi che sponsorizzano il restauro dei nostri beni architettonici e ne sono orgogliosa.
E il suo futuro adesso?
Dalla vendita Fendi ho rinvestito tutto nella nuova azienda ma forse ho sbagliato. Da imprenditrice mi preoccupano la giustizia e la burocrazia italiana, specie in un’attività all’inizio che non può essere redditizia ma nonostante questo è vessata da fisco e dalla legge.

@eleonoravallin

Kering investe 5 milioni nel nuovo polo Saint Laurent a Vigonza

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Nicola PIRAN  - CAIAFFA - FOTOPIRAN - VIGONZA - CAPANNONE SAINT LAURENT

La nuova sede Saint Laurent a Vigonza

Ha “rischiato” di nascere in Emilia Romagna, a Savignano sul Rubicone in provincia di Forlì, la grande manovia di Kering. Ma alla fine, il colosso francese nelle mani di François-Henri Pinault, ha voluto scommettere le sue fiches a Vigonza, lungo la Riviera del Brenta. La posa della prima pietra, della nuova e grande fabbrica di calzature a marchio Saint Laurent, data 30 maggio 2016. La stima dell’investimento è di 5 milioni di euro e porterà cento nuovi posti di lavoro in Veneto. Il taglio del nastro? Prima dell’estate, stando alle nostre fonti accreditate. Stiamo parlando di uno dei più illustri brand del ricco portafoglio del gruppo d’oltralpe, ex Pinault Printemps Redoute (PPR) che detiene, tra gli altri, anche Gucci, Bottega Veneta, Alexander McQueen, Brioni, Pomellato, per il luxury e Puma nel segmento sport-Lifestyle. E non è l’unico investimento di Pinault in Veneto.

Il baricentro padovano. Kering ha insediato da anni, a Noventa Padovana, il suo piccolo quartier generale per la calzatura uomo e donna Yves Saint Laurent, marchio iconico reduce di un fortunato restyling che ha eliso la «Y» dalla dicitura. Una quarantina di dipendenti per un ufficio stile-creativo, con un indotto satellitare per la prototipia e produzione proprio lungo la Riviera.
Dall’inizio del 2015, il colosso francese ha altresì preso in mano direttamente la gestione degli occhiali a propria griffe, riportando in casa gran parte delle licenze. E anche qui Kering ha scelto Padova, precisamente la sede di Villa Zaguri ad Altichiero, per fondare con il socio e manager ex Safilo Roberto Vedovotto, la Kering Eyewear che ha appena annunciato un accordo con Richemont, ora socio di minoranza della società, per il lancio di una piattaforma per sviluppo e distribuzione di occhiali a marchio Cartier. Kering realizza già gli occhiali per Gucci (ex licenza clou a portafoglio Safilo), Bottega Veneta, Saint Laurent, Alexander McQueen, Brioni, Christopher Kane, McQ, Stella McCartney, Tomas Mayer, Boucheron, Pomellato e Puma.

L’affare Sergio Rossi. Il fulcro della produttività del gruppo di Pinault, per quanto riguarda la calzatura femminile, stando ai programmi di qualche anno fa doveva gravitare attorno alla Sergio Rossi di Savignano sul Rubicone, storico marchio di scarpe di lusso rilevato da Kering nel 1999 tramite Gucci per 179 miliardi di lire all’epoca. Ma qualcosa deve essere andato storto nel percorso di crescita, così nel 2014 Pinault decide di alienare il marchio emiliano che viene quasi immediatamente rilevato, nel 2015, dalla Investindustrial dell’italiano Andrea Bonomi. Con la vendita si pone, quindi, il grande tema della produzione. E così come già successo per l’altra grande maison, Lvmh di Bernard Arnault, che dopo aver rilevato la Rossimoda di Luigino Rossi ha aperto proprio in Riviera, a Fiesso D’Artico, la sua Manufacture de Souliers, anche Kering ha deciso di investire in una manovia propria.

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Vaccarello direttore creativo SL

Migrazione e lavoro. La sede prescelta è Vigonza, nella zona industriale, a pochi metri proprio dalla Rossimoda dei compatrioti concorrenti. Dal quartier generale di rue de Sevrès 40 a Parigi non trapela nessuna notizia. D’altronde, si sa, che i francesi sono molto abbottonati per non dire chiusi nelle comunicazioni corporate. Ma, stando alle nostre fonti, si tratterebbe di un investimento di circa 5 milioni che saranno riversati sul territorio con una prospettiva di occupazione di cento nuove figure che, probabilmente, migreranno da altre piccole e medie imprese della zona. Con la speranza che molti giovani del Politecnico, nato in seno al distretto, trovino qui o nei posti rimasti vacanti, il loro futuro.
La fabbrica sarà dedicata prevalentemente alla prototipia e produzione della calzatura femminile a marchio Saint Laurent che oggi gode della guida creativa dell’italo belga Anthony Vaccarello, alla Maison dal 2016. L’edificio sorgerà in un’area industriale di oltre 6 mila metri di cui 3 mila coperti. L’obiettivo per la griffe è chiaro: quadruplicare la produzione in poco tempo.

@Copyright: Mattino di Padova

Ex popolari venete al bivio tra salvataggio e risoluzione

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PADOVA. Bail in o ricapitalizzazione preventiva? Si apre un bivio davanti le due ex popolari venete che potrebbero andare verso una sorte comune, salvate e fuse, o due destini differenti: se si verificherà il rumor delle ultime ore che vedrebbe applicare la risoluzione solo a una delle due. E, secondo fonti, questa potrebbe essere Veneto Banca. Ma nulla è definito finché Bce e commissione Ue non si pronunceranno.

Quello che è certo è che, finora, nessuno ha mai applicato le regole europee di gestione delle crisi, la cosiddetta «direttiva BRRD» la bank recovery and resolution directive che permette di: intervenire e pianificare le crisi bancarie con la gestione di una fase di risoluzione. Ovvero: un processo di ristrutturazione, gestito da autorità indipendenti, che mira ad evitare interruzioni nelle prestazioni di servizi essenziali (pagamenti e depositi) e che si applica per «ripristinare condizioni di sostenibilità economica» della parte sana, liquidando la parte malata.

L’alternativa al bail in sarebbe la liquidazione. Ma cosa succederà a Bpvi e Veneto Banca? Ci sono 3 possibili scenari.

Se entra lo stato. Le due banche hanno fatto domanda di «ricapitalizzazione precauzionale» allo stato. Il decreto prevede che possa essere richiesta da banche che – in relazione a una prova di stress test su scenario avverso – hanno esigenza di rafforzare il patrimonio. Da qui il termine «preventiva» che è il caso di Mps ma non è certo lo sia anche per le venete. Se la Commissione Ue dice sì, il ministero sottoscrive azioni della banca di nuova emissione e applica un meccanismo di ripartizione degli oneri. In gergo tecnico si chiama burden sharing e, con l’entrata dello stato in maggioranza, forse totalitaria (dipenderà dall’aumento che si vocifera sui 5 miliardi e dal numero di azioni emesse) l’azionista Atlante sarà fortemente diluito forse fino al 90%. Il Fondo quindi potrebbe subire la stessa “fine” fatta dagli ex soci quando entrò la scorsa primavera.

Gli investitori del fondo (banche e fondazioni) oggi hanno tuttavia tutto l’interesse di difendere l’investimento e di evitare il suo azzeramento. Atlante ha ancora 1,7 miliardi in pancia: potrebbe metterli nel capitale degli istituti veneti e/o chiedere ai soci di rifinanziare il fondo per ridurre l’aumento a carico dello stato, mantenendo una quota maggiore. O, viceversa, star fermo e uscire quasi del tutto.

Due destini diversi. In questi giorni si vocifera anche di un’altra ipotesi. Ovvero che solo una delle due banche, c’è chi dice Montebelluna, possa finire in risoluzione. Quale sarebbe il senso? Forse mettere nel pacchetto fusione con Bpvi solo la parte sana e ristrutturata di Veneto Banca. Il bail in andrebbe ad azzerare il patrimonio e quindi i soci, l’azionista Atlante, poi, secondo una precisa gerarchia, le emissioni subordinate, i creditori senior e i depositi oltre i 100 mila euro.

La normativa chiede di coprire l’8% delle passività. Al 30 giugno 2016 (ultimi dati disponibili) Vicenza ha un patrimonio netto di 4 miliardi, Veneto banca di 3, per un totale di 7 miliardi a cui si deve aggiungere il miliardo versato da Atlante nel 2017. Stimando perdite totali per 3 miliardi e rettifiche sui deteriorati per 2 arriviamo a 5 miliardi di perdite e 3 miliardi di residuo capitale da azzerare. Vicenza poi conta 722 milioni nominali di emissioni subordinate, Veneto Banca ha 484 milioni di subordinati nominali da aggredire. Dati questi al 30 giugno 2016 che escludono gli ultimi bond garantiti. Se il bail in verrà applicato solo a una banca, l’altra potrebbe accedere al decreto Mps.

La terza via. Ma c’è un nodo ancora da sciogliere ed è quello su cui l’Antitrust Ue potrebbe insistere, ovvero sul fatto che le due banche, o una delle due, non rispettino oggi i requisiti patrimoniali richiesti, tra perdite e rischi legali, a prescindere da stress test futuri.

Se così fosse lo scenario che si apre è sulla linea di quanto avvenuto a fine 2016 con la risoluzione di Banca Etruria, Carichieti, Ferrara e Banca Marche. Scatta l’obbligo del bail in e in questo caso andrebbe attivato il fondo risoluzione che oggi (dati Bankitalia) ha in dote 194 milioni, quindi andrebbe rifinanziato dal sistema bancario. A meno che, qualora lo stato dimostrasse che non esistono privati interessati (il riferimento è a Bper e Ubi che hanno rilevato le good bank post risoluzione), allora si potrebbe negoziare con Bce e Ue un ingresso dello stato, comunque. Sarà un problema politico ma, anche in questo caso, andrà evitato l’aiuto pubblico non permesso dall’Europa.

@eleonoravallin

E’ morto Lino Manfrotto: l’industriale-reporter che rivoluzionò la fotografia

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home-1Lino Manfrotto è morto il 5 febbraio, una domenica mattina, all’età di 80 anni. Difficile scordare il suo cognome e soprattutto a cosa è collegato.

Manfrotto è uno degli industriali veneti e  italiani più conosciuti al mondo: il marchio da lui creato vive infatti, fin dagli anni ’70, un successo planetario assolutamente meritato.

Perché Manfrotto ha reinventato il mondo della fotografia. E ora l’azienda di Cassola (Vi), che lui ha fondato, ne piange la sua morte.

Lino Manfrotto ha creato il suo primo treppiede per esigenze professionali dei giornalisti colleghi che militavano al Gazzettino e al Giornale di Vicenza, le testate per cui lui lavorava.

manfrotto_vintage_itIl suo prodotto nasce dal bisogno di un’attrezzatura leggera e portatile, in un panorama che invece vedeva sul mercato solo i pesanti e ingombranti treppiedi figli di un’altra epoca.

Sul finire degli anni ’60 Manfrotto comincia così a costruire i suoi treppiedi leggeri, dapprima per uso personale, poi per la cerchia di amici fotografi, che intuiscono subito l’utilità di un treppiede veramente portatile. Da quella cerchia i suoi treppiedi a bracci telescopici cominciano a farsi notare a livello più ampio, con le richieste che cominciano a superare la capacità produttiva del garage di Manfrotto.

La svolta data 1972 quando Manfrotto incontra Gilberto Batocchio, tecnico metalmeccanico di Bassano. Fu così che le prime invenzioni raggiungono standar di qualità elevati e gli ordini non si fermarono più.

Nel 1974 nasce il primo treppiede, poi arrivarono “autopole”, “superboom” e “superclamp”. E furono in ogni studio fotografico. Necessari e indispensabili.

Poi sul finire degli anni 80, nel 1989 per la precisione, una nuova rivoluzione. Da un’idea di Lino la trasformazione del cavalletto estensibile in oggetto retail.

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Il retail di Alu

Nasce Alu, azienda giovane e fuori dagli schemi che reinventa “autopole” fino ad allora prodotto destinato agli studi fotografici e ne fa una sorta di scaffale innovativo. Alu ha arredato molti grandi magazzini e boutique come New Look, Chanel, ma anche negozi per Nokia, Ray Bane banche come la Bank of America.

Autopole è oggi esposta al Moma di New York.

@eleonoravallin

Baban fa cassa con i tappi. Tapì va al fondo italiano Wise

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Lovadina di Spresiano (tv), 10/10/15 - assemblea unindustria Treviso - Piovesana . Renzi©Marco Sabadin/Vision

Al centro l’imprenditore Alberto Baban, davanti l’ex premier Renzi al fianco Piovesana e Zuccato

PADOVA. Alberto Baban non ha neanche 50 anni e ha già realizzato l’operazione della vita. Quella che tanti industriali faticano a fare: vendere la propria creatura. Ma lui, imprenditore di prima generazione, non andrà in pensione perché non è capace di stare fermo nemmeno un minuto. E già si annusa nell’aria una nuova stagione di shopping con Venetwork, la Spa creata per le operazioni di re-start up.

Intanto, ieri, Baban ha deciso di vendere la Tapì di Massanzago fondata a fine anni ’90. L’ha ceduta (quasi) al 100% a Wise Sgr, fondo di private equity italiano. Una piccola partecipazione minoritaria resterà infatti a Roberto Casini già socio e ad delle società in Messico e Stati Uniti che ora diventerà ceo di tutto il Gruppo, all’insegna della continuità.

A cedere, con Baban, c’è Nicola Mason, l’altro fondatore e socio di maggioranza con l’imprenditore a capo della Piccola di Confindustria, e il fondo Gradiente (Istituito dalla Fondazione Cariparo) che era entrato nel capitale nel 2012.

La Tapì fattura 40 milioni di euro e cresce del 20% annuo dando lavoro a 470 dipendenti, 70 in Italia. È un’impresa internazionale e il suo valore oggi risiede nella nicchia di mercato che rappresenta. La storia nasce proprio da un’idea di Baban e Mason che decidono di rivoluzionare il mercato delle chiusure per alcolici, introducendo un tappo funzionale ma anche creativo. La versatilità del tappo a «t», unita all’innovazione e al design, hanno portato a portafoglio negli anni multinazionali del calibro di Bacardi e Campari ma anche aziende italiane come Nonino e Averna. «Da azienda familiare – commenta l’ex presidente del gruppo e fondatore Alberto Baban – Tapì è ora diventata multinazionale tascabile. Una start-up nata da zero come Srl è arrivata a fatturare 40 milioni nel 2016: dimensioni importanti che vanno ora accompagnate verso un’ulteriore fase di internazionalizzazione. Abbiamo creato, partendo dalle competenze del territorio, un marchio leader a livello globale che fonda sul made in Italy il proprio posizionamento». «Per replicare ulteriormente il modello – spiega – serviva però una nuova spinta che la nuova proprietà assicura in toto: Wise è un fondo italiano che ha capito le potenzialità di Tapì e vuole creare un progetto molto ambizioso. La società ha il suo cuore in Italia e non potrà che essere così anche in futuro: il know how, il management e le funzioni di ricerca e sviluppo sono saldamente ancorati al territorio e al concetto di made in Italy».

Per Alberto Baban, che con la cessione delle quote esce di scena dal gruppo, si apre ora una nuova stagione imprenditoriale all’insegna della continuità del suo ruolo in Confindustria, magari verso poltrone ancora più importanti.

Forte delle sue 14 partecipazioni in diverse società del territorio Veneto e soprattutto come presidente di Venetwork, società per azioni che riunisce 57 imprenditori veneti impegnati nel finanziamento e sviluppo di re-startup e nuove imprese dichiara: «Continuerò con forza il mio impegno verso il territorio e il suo tessuto imprenditoriale. E poi le idee sono veramente molte così come le persone che mi avvicinano per proporre nuovi business. Il Veneto è una regione di una straordinaria potenzialità con dei veri imprenditori molto capaci. Dobbiamo costruire un sistema solido che possa dare un futuro alle prossime generazioni, è una responsabilità a cui non possiamo sottrarci».

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Luxottica Essilor: fusione alla francese

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La sede Luxottica ad Agordo

Dopo anni di rumor e qualche mese di corteggiamento, il deal è andato in porto. È nato lunedì 16 gennaio 2016 il gruppo Essilor Luxottica, un colosso da 15 miliardi di ricavi e 140 mila dipendenti. Il più grande produttore di lenti per la vista, la francese Essilor, si è unito al colosso di Agordo, leader nella produzione di occhiali: la “nostra” Luxottica. Delfin, la holding della famiglia del Vecchio, che controlla il 62% dell’azienda italiana, sarà il primo azionista del nuovo gruppo con una quota tra il 31 e il 38%. Ma, nei fatti, un’altra impresa italiana, finisce oggi sotto il cappello francese. Un gruppo, due visioni. «Con questa operazione si concretizza il mio sogno di dare vita a un campione nel settore dell’ottica totalmente integrato ed eccellente in ogni sua parte», ha commentato il paperone d’Italia, Leonardo Del Vecchio, ben saldo al timone della sua creatura a 81 anni.

«Sapevamo da tempo che questa era la soluzione giusta, ma solo ora sono maturate le condizioni che l’hanno resa possibile – ha proseguito – Il matrimonio tra le due aziende porterà grandi vantaggi per il mercato, per i dipendenti e per tutti i nostri consumatori. Finalmente, dopo 50 anni di attesa, due parti naturalmente complementari, montature e lenti, verranno progettate, realizzate e distribuite sotto lo stesso tetto». Domenica sera, Del Vecchio aveva contattato il premier Gentiloni per anticipargli la notizia, raccogliendo un sentito apprezzamento. Ma sono i francesi a dare, all’indomani, una lettura più scomoda: è  Essilor che ha comprato  Luxottica, visto che il gruppo lancerà un’offerta pubblica di scambio sulla società italiana e non il contrario. Quindi, scrive «Le Monde», «nascerà una società di diritto francese, quotata a Parigi e con sede a Chareton, nella Val de Marne».

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Leonardo Del Vecchio

Il male del capitalismo. Luxottica invece lascerà Piazza Affari mentre la storia di Del Vecchio evidenzia un nervo dolente del capitalismo made in Italy: l’incapacità del fondatore, che pure ha sei figli e d’altro canto ha testato diversi e noti manager, di trovare un delfino capace di portare avanti un’azienda peraltro preda di contese familiari. Un lungo corteggiamento. Le trattative Essilor-Luxottica erano in corso da sei mesi e l’operazione aveva anche un nome in codice: “Cirrus”, ma l’origine dell’accordo data tre anni fa. Allora non decollò nulla, per lo scetticismo di Del Vecchio e anche perché l’imprenditore di Agordo non voleva lasciare la propria creatura. Ma oggi Luxottica ha bisogno di un piano di successione che viene offerto a Del Vecchio proprio dal presidente di  Essilor Hubert Sagnière, destinato probabilmente a succedergli, visti i 20 anni di differenza.

Il nuovo gruppo. Essilor Luxottica avrà una capitalizzazione da 50 miliardi, ricavi per 15 miliardi e un margine operativo lordo da 3,5 miliardi e coprirà tutta la filiera dell’occhialeria. In termini di vendite, avrà il 54% del mercato nordamericano (con 8,4 miliardi), il 22% di quello europeo (3,5 miliardi), il 6% del Sud America (1 miliardo). Ma i veri margini di crescita saranno altrove, nei mercati emergenti Cina in testa: qui si stima infatti un fabbisogno composto da 2,5 miliardi di persone.

La governance. Delfin scambierà il 62% circa detenuto in  Luxottica con azioni  Essilor, nel rapporto di 0,461 azioni  Essilor per ogni azione  Luxottica. Il titolo di quest’ultima sarà quindi delistato dalla Borsa di Milano. Il nuovo gruppo sarà controllato da Delfin con una quota pari al 31-38%. La governance sarà affidata a Leonardo Del Vecchio, quale presidente e amministratore delegato esecutivo e a Hubert Sagnières, in qualità di vice presidente con poteri esecutivi.

Come cambierà il mercato. «L’accordo è in grado di cambiare la dinamica dell’industria degli occhiali, un mercato da 90 miliardi», dicono gli analisti, con prospettive «ottimistiche» per l’industria e una crescita di oltre il 2% fino al 2020.

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