La padovana Blowtherm vernicia le super auto di Putin

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PADOVA. La padovana Blowtherm conquista il Kremlin Garage e si porta a casa una prestigiosa commessa russa: la verniciatura di tutto il parco macchine del presidente Vladimir Putin e della sua scorta.

Il Gruppo Blowtherm, già nel 2017, si era aggiudicato la realizzazione di un importante impianto di verniciatura delle aeromobili Aeroflot, la storica compagnia di bandiera russa. Ora una nuova commessa moscovita per la fornitura di cabine forno per il Kremlin Garage, la carrozzeria dedicata esclusivamente all’allestimento, riparazione e verniciatura delle automobili usate dal presidente Putin e dal suo più ristretto staff nel corso delle uscite ufficiali.

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Francesco Peghin

«L’indirizzo è segreto e non sappiamo quante macchine abbia in dotazione il presidente, crediamo moltissime – spiega Francesco Peghin ai vertici del Gruppo Blowtherm – anni fa avevamo fornito l’impianto per le auto del suo staff, ora siamo arrivati a Putin. È un ordine prestigioso che ci rende fieri. La nostra tecnologia – continua Peghin – è molto apprezzata in Russia e la diversificazione intrapresa ormai da anni ha dato i suoi frutti».

Blowtherm ha verniciato le scocche Ferrari a Maranello, i coupé Lamborghini, le ammiraglie Mercedes e Bmv, le Toyota che solcano il deserto e le auto di lusso degli emiri tra Dubai e l’Oman. Il core business auto rappresenta ancora il 70% della produzione ma l’azienda, con sede all’Arcella di Padova, sta sempre più virando verso il mercato degli aerei, treni e anche autobus. Per quanto riguarda quest’ultima voce, gli ultimi due grandi ordini arrivano dalla Spagna (Irizar) per le flotte in Messico e a Bilbao e dall’olandese Van Hool per il parco autobus della Macedonia. Blowtherm vernicia poi gli aerei Lufthansa, Augusta, Leonardo e le Frecce Tricolori. Ma anche i treni alta velocità e metro. «L’esperienza e il know how di Blowtherm sono particolarmente apprezzati nel settore automobilistico, ma già da anni la nostra tecnologia per creare ambienti puliti e ad alta efficienza energetica per la verniciatura e l’essicazione sono sempre più richiesti nel settore aeronautico» conferma Peghin.

Il Gruppo è presente in più di 80 Paesi al mondo. Ha chiuso il 2017 con un giro d’affari di 75 milioni di euro, con una crescita del settore industriale superiore al 15%. A incidere è soprattutto l’export che da anni copre l’85% della produzione; l’Italia cresce più debolmente al ritmo del 3-4%. «Ma da alcuni mesi – aggiunge Peghin – stiamo notando alcuni segnali positivi che fanno ber sperare, in questo 2018, anche per il mercato domestico».

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Chewingreen, la gomma bio nata a Treviso guardando la tv

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Elena e Giorgio Zanatta

Istrana (Treviso). Fino a cinque anni fa Giorgio Zanatta, 40 anni compiuti, era un tecnico di laboratorio di analisi chimiche e, anche, un assiduo divoratore di chewing gum. Oggi, questa sua passione è diventata una startup: la Chewingreen, con sede a Istrana, nel trevigiano. La miccia che ha azionato l’idea imprenditoriale è la paura, complice una puntata di Report del 2012 dedicata ai dolcificanti artificiali, a partire dall’aspartame.

«Durante la visione dell’inchiesta “Dolce è la vita” scoprii che i chewing gum che avevo masticato fin da bambino e che mi piacevano così tanto, una volta rilasciati tutti gli aromi in bocca, erano in realtà degli elastomeri sintetici che contenevano sostanze malsane per l’organismo e dannose per l’ambiente», spiega Zanatta. Da qui, l’idea: produrre in casa un chewing gum naturale, 100% sostenibile, senza alcuna controindicazione per la salute.

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Il taglio manuale delle chewingreen

Con la moglie Elena inizia un lungo percorso di ricerca delle alternative naturali e anche una continua sperimentazione in casa, nei fine settimana, cuocendo diversi tipi di gomme nel forno della cucina. «Così facendo, abbiamo reso inservibile il forno per qualsiasi altro uso culinario, perché tutto alla fine sapeva di menta – confessano – Ma poco importa: adesso, ripensando a tutto questo, sorridiamo ». Arrivare a un “prototipo” di gomma bilanciato, sano e gustoso non è stato facile. «Abbiamo fatto lunghe ricerche, studiato molto – raccontano Elena e Giorgio – abbiamo approfondito ogni aspetto, contattato fornitori africani, asiatici, dell’America Centrale, in cerca di una gomma base che fosse naturale al cento per cento.

Infine, l’abbiamo trovata tra Messico e Guatemala, scegliendo la materia prima che fu già all’origine del chicle dei Maya ». Nasce così la Chewingreen, che ha alla base la gomma dei chicle masticati oltre mille anni fa dalle civiltà precolombiane e che deriva dal lattice estratto dalla Manilkara Zapota (Sapodilla), un albero che nasce e si sviluppa spontaneamente nella foresta pluviale El Gran Petén, senza bisogno dell’intervento umano. È invece ricavato dalla polpa del legno di faggi e betulle finlandesi lo xilitolo, che sostituisce lo zucchero e altri edulcoranti sintetici, come l’aspartame.

«Le foreste scandinave da cui arriva il legno sono gestite in modo sostenibile, con un impatto ambientale minore rispetto allo xilitolo convenzionale, che deriva dal mais», assicura l’imprenditore. «Lo xilitolo che usiamo – aggiunge – non procura carie, ha un indice glicemico più basso dello zucchero, regola il ph della bocca e funge anche da anti-batterico. Studi dimostrano perfino la sua capacità di ridurre alcune infiammazioni come le otiti». Per profumare i chewing gum, vengono utilizzati olii essenziali di menta spicata, menta di Piemonte o limoni di Sicilia, oppure l’estratto della liquirizia di Calabria. Ora si sta sperimentando il gusto alla cannella. ChewinGreen non contiene lattosio né Ogm. Le gomme made in Italy sono anche certificate VeganOk.

Oggi Giorgio ed Elena producono 30 mila confezioni l’anno di ChewinGreen a Istrana: ordinano le materie prime, le riscaldano, le impastano, miscelano la gomma base con gli aromi naturali, stampano a mano i confetti che non vengono lucidati con cere né colorati, li tagliano e li impacchettano in un “grezzo” packaging naturale, in linea con i procedimenti artigianali. ChewinGreen è distribuito online e in una ventina di negozi biologici, caffetterie selezionate ed erboristerie sparse nel Veneto e a Torino.

«Stiamo iniziando a proporre il prodotto in tutto il territorio nazionale – anticipa Zanatta – abbiamo già individuato il distributore. Saremo presto sul mercato italiano».

Copyright – Repubblica Affari & Finanza

Warren Buffet primo socio di Cattolica

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buffetVERONA. La sua “ex” azienda tessile, oggi holding finanziaria multi-portafoglio, la Bekshire Hathaway, guadagna oltre 6 mila dollari di dividendi al minuto e vanta un patrimonio di 75 miliardi. La gran parte viene dagli investimenti nei titoli Coca Cola, Wells Fargo, Burger King e altre 80 aziende. A cui da oggi si aggiungerà anche Cattolica.
Classe 1930 originario di Omaha nel Nebraska (dove tutt’oggi risiede) Warren Buffet è diventato il primo azionista della compagnia assicurativa veronese. Una società interamente controllata dalla Bekshire Hathaway ha acquistato ieri per 115,9 milioni di euro il 9% di Cattolica rilevando la quota che era stata portata sul palmo della mano dalla Banca Popolare di Vicenza arrivata a possedere fino al 15% del capitale. Poi, con la liquidazione dell’ex popolare, quel 9% rimasto dopo una prima alienazione,era finito nelle mani dei liquidatori che avevano tempo fino a fine dicembre per trovare un compratore. Si tratta della quota maggioritaria nella compagine sociale della cooperativa. Cattolica è stata valorizzata 7,35 euro per azione, più o meno il corso di Borsa. Ieri il titolo ha chiuso a 7,31.
L’amministratore delegato di Cattolica Assicurazioni, Alberto Minali, ha «appreso con enorme soddisfazione» la notizia. «Lo considero un grande atto di fiducia nei confronti della compagnia e del suo management – ha chiarito Minali – e una straordinaria occasione per Cattolica, viste le opportunità che questa presenza così prestigiosa nel suo capitale può aprire».
Warren Buffet è il terzo uomo più ricco al mondo dopo il fondatore di Microsoft Bill Gates e Amancio Ortega, l’inventore dei negozi Zara. La carriera di Buffet inizia all’età di 17 anni come piccolo imprenditore ma il suo maggiore affare arriva nel 1988 quando rileva il 7% della Coca Cola di cui è diventato volto pubblicitario e di cui è sempre stato un estimatore. «È probabile che il mio corpo sia fatto per un quarto di Coca Cola» è una delle sue affermazioni più famose.
Oggi la sua compagnia è la quinta per valore negli Stati Uniti e lui è considerato una divinità finanziaria: «L’oracolo di Omaha». Si dice che dietro ogni suo investimento ci sia un calcolo preciso: chissà cosa avrà convinto il grande magnate a puntare i suoi dollari in Cattolica, società quotata ma non ancora spa. Ma la domanda vera è: Buffet vorrà contare come un piccolo socio nelle assemblee dove una testa vale un solo voto? Il suo ingresso potrebbe far diventare presto Cattolica una spa contendibile.

@Finegil Gruppo Espresso

Next sight, l’autodiagnostica dell’occhio rapida e a costi contenuti. E tutto è partito in un garage…

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LIMENA. Immaginate di recarvi in farmacia e in soli 2 minuti, al contenuto costo di una ventina di euro, poter eseguire un esame approfondito dei vostri occhi. Immaginate di ricevere, dopo appena un paio d’ore, il referto via mail (o nella stessa farmacia). Come accade con un semplice esame del sangue, potreste scoprire e prevenire malattie degenerative dell’occhio come i glaucomi o le maculopatie; e, nel caso, recarvi subito dal medico o dall’oculista per la cura o esami approfonditi. Ma potreste scoprire anche, visto che i bulbi oculari sono pieni di vasi sanguigni, patologie come il diabete e l’ipertensione. Chi ne ha familiarità, dovrebbe sottoporsi a questo esame ogni sei mesi. Ma le liste di attesa spesso non lo consentono e talvolta i costi diventano proibitivi. La situazione potrebbe però cambiare.

Paola Griggio ha solo 40 anni, una laurea in Ingegneria e una lunga esperienza nel biomedicale: dalla padovana CenterVue alla multinazionale giapponese Nidek che, proprio a Padova, ha la sede italiana.

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La fondatrice e socia Paola Griggio

Nel 2013, Griggio decide di mettersi in proprio al fianco di Francesco Camuffo e crea Next sight con sede a Limena. Ci vuole un anno per mettere a punto il prototipo di Nexy: il primo dispositivo medicale imaging di tipo pay-per-patient. Ovvero: un dispositivo altamente specializzato che funziona come una macchina fotografica in grado di approfondire lo studio del fondo dell’occhio e di riportare in un tablet immagini e dati che poi vengono trasmessi a un server e custoditi con massima cura della privacy finché non vengono elaborati e decifrati da oculisti specialisti per la refertazione.

«Siamo partiti in un garage – racconta Griggio – finito il prototipo avevamo anche esaurito i fondi con cui ci eravamo finanziati». Nel 2015 entrano così nella compagine sociale la padovana Bios Line e Ivg Colbachini di Cervarese Santa Croce attiva nella produzione di tubi flessibili in gomma. Oggi Camuffo e Griggio controllano rispettivamente il 30% del capitale, i due investitori il 20% a testa. L’azienda in un anno ha assunto nuove professionalità, una è in entrata a giorni, per un totale di 7 addetti.

Si tratta di un unicum nel panorama della manifattura che ben incarna cosa significhi il paradigma Industria 4.0. Next Sight produce macchine automatiche di autodiagnostica (200 l’anno al momento) ma la portata vera dell’innovazione sta nel servizio che è rivolto alle persone a un costo contenuto. Refertazione, gestione dei dati, server e cloud con copertura della privacy. Questo è Next Sight. Sono già 10 i distributori che stanno vendendo Nexy agli oculisti che è il primo target dell’azienda. I mercati sono Italia, Spagna, Portogallo, Ucraina, Messico e Corea del Sud. Un primo contatto è già avviato con l’Arabia.

«Nexy si occupa di screening e fornisce un’immagine che è utile per la diagnosi successiva. Il dispositivo conserva il valore clinico e non si sostituisce al professionista – precisa Griggio – lavora a supporto e in connessione”. La vera sfida sarà ora rendere questo strumento democratico e la via è quella delle farmacie o medici di base. Sempre che la Regione Veneto non decida di investire in questo screening made in Italy che ha già all’attivo 5 brevetti. «Il nostro obiettivo – dice l’ad – è creare un network per aiutare e prevenire le malattie al fianco degli specialisti. Il mercato Italiano è enorme e purtroppo spesso ci dimentichiamo della cura dei nostri occhi».

Una malattia oculare non curata per tempo può portare anche alla cecità.

Copyright – Il mattino di Padova

Da Second Life ai bitcoin: ecco i veneti degli “schei” virtuali

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Davide Paci Barbieri e Andrea Medri 

PADOVA. Lo chiamano tutti «Paci Barbarossa», perché è più famoso il nickname del suo vero nome. Lui è, in realtà, Davide Barbieri: è nato a Padova e, con il genovese Andrea Medri, ha lanciato nel 2007 la prima «virtual insurance company», unica allora nel suo genere, per il trading di quote e valute. Il sito oggi si chiama therocktrading.com ed è una delle più cliccate piattaforme “exchange” per scambiare euro con bitcoin e comprare la criptovaluta che consente pagamenti senza carte di credito, pos o assegni. Senza le banche, insomma. Tutto inizia dieci anni fa nell’impalpabile mondo di Second Life.

Barbieri e Medri creano qui il primo embrione per scambiare valuta con dollari o euro, dando vita a un’economia interna virtuale. Questo business, però, nel 2011 incrocia i
bitcoin. Il sito cresce e inizia a scambiare anche nuove valute come i Litecoin, Namecoin e altre e diventa la prima piattaforma europea. I commercialisti padovani allora, non ne capirono la potenzialità, le banche (vere) non sganciarono il denaro, ovvero gli euro, così Barbieri e Metri si fecero finanziare a Malta dalla Bank of Valletta. Therocktrading oggi conta su 23.804 utenti, l’anno scorso ha transato 142.898 bitcoin.

L’azienda ha ancora sede a Malta ma il braccio operativo è proprio a Padova. «Ci sono exchange molto più grandi di noi – spiega Barbieri al telefono – ma siamo e restiamo la piattaforma più antica d’Europa. È questo il nostro successo». La nuova avventura di Barbieri oggi ha sede in viale Trieste, sempre nella città del Santo. È qui che nel gennaio 2015 nasce Tinkl.it, onomatopea del suono che fa la moneta quando cade sul pavimento. «La nostra attività è sempre stata il trading sui bitcoin, ovvero lo scambio con l’euro, ma per far crescere questo business servono consumatori: persone che usino e altre che accettino questo sistema di transazione di denaro e non lo accumulino solo come mero investimento». Tinkl.it fornisce ai commercianti servizi, app e informazioni su come accettare bitcoin come metodo di pagamento. «Parliamo di metodo – spiega Barbieri – perché non è diretto: i bitcoin li riceviamo noi che poi li convertiamo in euro e facciamo il bonifico al commerciante». Richieste? «Tante, ma non c’è diffusione, c’è tanta diffidenza».

Tinkl.it ha 100 clienti registrati tra Italia ed estero ma quelli veramente attivi «sono in numero notevolmente inferiore» ammette Barbieri: «Chi li ha non li spende, è come se avesse messo in cassaforte dell’oro e vuole guadagnarci». Il collettore di questo mondo virtuale, e colui che sta cercando di creare il network transattivo, è un altro padovano doc che risponde al nome di Davide Michielotto.

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Davide Michielotto bitcoinveneto.it

Davide entra nel mondo bitcoin nel 2013, grazie alla sua competenza informatica, come un giovanissimo «nerd». «All’inizio bastava un semplice computer di casa per minarli» dice. «Minare» è il verbo tecnico con cui si possono «trovare» i bitcoin. È quasi come aprire una cassaforte: «In circolazione ce ne sono 16,3 milioni, ne vengono costruiti 5.600 al giorno ma per evitare l’inflazione stanno decrescendo a velocità costante» spiega. «Al tempo mi occupavo di transazioni elettroniche nel commercio. Passare ai bitcoin è stato difficile, non c’è normativa e tanta ritrosia» ammette. Michielotto ha fondato bitcoinveneto.it per la consulenza operativa e il cambio.

«Molti lo fanno per investimento, essendo una valuta molto volatile, tende a crescere ma è anche caduta, si è perfino dimezzata» spiega l’imprenditore che sta formando commercianti e creando una rete di compra-vendita. «Abbiamo coinvolto bar, benzinai, bed and breakfast – dice – in Veneto trovo grande difficoltà nella comprensione del meccanismo. Qui si portano i soldi in banca. Per i bitcoin non serve fiducia ma competenza nel capire che il denaro non è tangibile e anche la moneta, solo il 10% è carta, il resto sono dati». Un aiuto arriva da Xapo una sorta di carta di credito come quelle a cui siamo abituati che, più che in Italia, potrebbe diventare utile in Germania che ha ufficialmente riconosciuto i bitcoin come moneta di scambio tra privati con tanto di banca, Fidor Bank, che li accredita in conto. «Il nodo è dematerializzare – conclude Michielotto – dal catasto, al passaggio di proprietà senza sottostare alle regole». Si può? «Il meccanismo è già stato inventato, la domanda – si congeda – è: gli italiani riusciranno ad abbandonare il fax?».

Copyright Gruppo Finegil Espresso

Aeroporti: i Benetton di Atlantia puntano su Bologna ma non mollano (ancora) Venezia

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L’esordio nel settore aeroportuale data 2013 e la prima scelta fu Roma con Ciampino e Fiumicino. Tre anni dopo, il consolidamento con l’operazione in Costa Azzurra e gli scali di Nizza, Cannes e Saint Tropez. Quindi, il tentativo di scalata di Venezia. Ma adesso tocca a Bologna. Atlantia, società controllata dalla holding Edizione della famiglia Benetton, a quasi un anno di distanza da quel 20 settembre 2016, replica l’operazione finanziaria che l’ha portata a controllare il 21,3% di Save Spa che gestisce gli scali di Venezia, Treviso, Verona, Brescia e Charleroi.
Il 3 agosto, con un investimento di 164,5 milioni, la società che gestisce anche le Autostrade d’Italia ha acquisito il 29,38% dell’hub Guglielmo Marconi. A vendere ci sono la San Lazzaro Investment Spain (Fondo Amber) che ha realizzato con 99,9 milioni il suo investimento pari al 17,85% del capitale del Marconi (15,50 euro ad azione) e Italian Airports Sarl (della galassia del finanziere Andrea Bonomi) con il suo 11,53% e un controvalore di 64,6 milioni. Amber e Bonomi erano entrati nel capitale nel 2015, contestualmente allo sbarco in Borsa dello scalo. Le azioni furono quotate in fase di Ipo a 4,50 euro. Nell’ultimo anno sono cresciute dell’84%.

Il 3 agosto, sulla scia dell’operazione, il titolo ha chiuso a +9,84% a 15,41. Ma c’è una curiosità da annotare: anche nella scalata a Save del 2016,  Atlantia comprò le quote dal Fondo Amber intenzionato a monetizzare. «Gli accordi – spiega Atlantia – prevedono un meccanismo di integrazione parziale del prezzo qualora entro 18 mesi venisse promossa dal Gruppo Atlantia un’offerta pubblica di acquisto o scambio sul titolo a un prezzo superiore a quello riconosciuto (il 3 agosto, ndr). Eventualità attualmente non allo studio».

Si tratta di un «ingresso di natura prettamente finanziaria che riconosce le grandi potenzialità di sviluppo dello scalo» ha specificato l’ad Giovanni Castellucci. Un’operazione apparentemente simile a quella narrata a Venezia:  Atlantia non avrà componenti in cda e non influirà nella governance. Ma già si parla di un’opa totale, specie dopo che Enrico Marchi, orchestrando il riassetto Save con i fondi Deutsche Am e Infravia, ha sbarrato la strada alle ambizioni della famiglia di Ponzano. Tant’è che qualcuno ipotizza un’uscita di  Atlantia da Save con una liquidazione da 250 milioni.

Ora i Benetton sono diventati i secondi soci a Bologna dopo la camera di Commercio provinciale che controlla il 37,5%. Nel capitale, con il 6,8% (dati Consob) anche il fondo F2i. «Salutiamo l’ingresso di  Atlantia con soddisfazione – ha detto il numero uno dell’ente camerale bolognese -. Siamo convinti che fornirà un apporto importante». E difatti, Castellucci ha aperto al «completamento del collegamento mediante people mover con la stazione ferroviaria ad alta velocità di Bologna» che «incrementerà ulteriormente la competitività dello scalo (già sesto in Italia con 7,7 milioni di passeggeri) presso altre destinazioni del Centro-Nord Italia».

Copyright – Gruppo Espresso Gedi

Le ex Popolari venete? Salvate da un decreto che “condanna” gli azionisti

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AssembleaIl decreto banche venete è legge. Con 148 «sì» e 91 «no», il testo blindato dalla fiducia ha chiuso il suo iter parlamentare; ma questo «salvataggio» non salva tutti i risparmiatori. E se per una parte degli obbligazionisti retail si apre la strada limitata dei rimborsi, per gli azionisti azzerati restano poche speranze. Lo dice il ministro Pier Carlo Padoan: «Gli effetti delle loro scelte e dei comportamenti impropri degli amministratori non possono gravare sui contribuenti».

Sulla stessa linea Bankitalia che nella memoria inviata al Parlamento chiosa: «I diritti degli azionisti potranno essere soddisfatti solo nell’eventualità in cui lo stato recuperi integralmente quanto versato a supporto dell’intervento e siano stati soddisfatti gli altri creditori». Tra questi c’è la stessa Intesa che ha prestato 5,4 miliardi alle banche in liquidazione per lo sbilancio tra attività e passività.

Soci che non hanno transato. Parliamo di circa 85 mila tra imprese e persone, molti con contenziosi congelati come prevede l’art. 83 del Testo unico bancario. Quello che stanno facendo i legali è l’istanza di accertamento del passivo per il risarcimento del danno. Termine 24 agosto, via raccomandata. «Ci aspettiamo l’opposizione, quindi ci sarà tempo 15 giorni per rispondere. La nostra opposizione aprirà un giudizio civile: una causa a tutti gli effetti» spiega Maria Bruschi, avvocato dello Studio Zanvettor Bruschi. «Al momento non c’è uno stato patrimoniale dichiarato» spiega, quindi non si sa cosa intaccare; «ma chi ha ottenuto una condanna dall’Arbitro finanziario Consob sarà avvantaggiato» aggiunge.

L’avvocato Paolo Quaggetto prende le distanze: «L’interesse dell’azionista non può essere soddisfatto dalla procedura di liquidazione, bisogna individuare altri soggetti responsabili e azioni alternative di responsabilità, come Bankitalia e Consob». L’associazione Ezzelino da Onara si sta muovendo per l’istituzione di un fondo vittime dei reati bancari di aggiotaggio e ostacolo alla vigilanza. Ma c’è un altro elemento in gioco: «Se i commissari dimostreranno che la banca era in stato di insolvenza e il tribunale la dichiarerà – spiega Quaggetto -, potrà essere contestato il reato di bancarotta con applicabili norme fallimentari e reati penali». Tra queste anche la revocatoria.

Se si è aderito alla transazione (Opt). Qui il rischio è proprio la revocatoria su 441 milioni versati in conto corrente a 121.059 soci. Oggi non è chiaro se questi importi saranno tassati. In Parlamento è passato un ordine del giorno che impegna il governo a «valutare» la questione. Il che potrebbe declinarsi in una circolare all’Agenzia delle entrate o in un comma-articolo nella prossima legge di Bilancio.

Obbligazionisti subordinati. Il termine per accedere al Fondo Interbancario è il 30 settembre 2017. La procedura – che è quella delle 4 banche liquidate nel 2016 – prevede l’indennizzo forfetario e un arbitro. Si deve aver comprato il bond in banca entro il 12 giugno 2014, avere un patrimonio inferiore a 100 mila euro e reddito Irpef sotto i 35 mila. È passato un ordine del giorno per ampliare (relativamente alla data) la platea. Ma c’è un rischio ingorgo perché il Fondo deve terminare le pratiche di Etruria e per legge i tempi di liquidazione sono di 60 giorni.

Fondo Welfare. Che fine hanno fatto i 60 milioni stanziati dalle banche ai disagiati? Sono in mano ai liquidatori. I legali sperano nel pressing di associazioni e categorie per smobilizzarli. Per Veneto Banca i termini, tra l’altro, non sono neanche scaduti.
Parte civile. «Inutile la costituzione di parte civile sui procedimenti penali» spiega Quaggetto. «Ora può essere fatta solo nei confronti degli imputati, senza ottenere la condanna al risarcimento del danno delle banche quali responsabili civili» dice l’avvocato Rodolfo Bettiol: «Anche ogni altra azione civile risulta oggi indebita» chiude il legale.

@eleonoravallin – copyright Gruppo Espresso

Affitti in mare aperto: nasce in Veneto l’Airbnb delle barche

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I fondatori di RemyApp

E’ nata RemyApp.it, la risposta marittima al successo di servizi come Airbnb, Bla bla car e Gnammo, per il noleggio occasionale di imbarcazioni tra privati.

La piattaforma è stata presentata venerdì 21 luglio a Chioggia (Venezia) in anteprima in Italia, grazie anche a una convenzione con la Darsena Le Saline: i due attori, infatti, si sono impegnati ad effettuare azioni comuni, anche sotto il profilo della promozione turistica.

Alla presentazione hanno partecipato Roberto Perocchio, presidente di Assomarinas (Associazione Italiana Porti Turistici che aderisce a Confindustria, Marco Boscolo Buleghin, responsabile amministrativo della darsena Le Saline di Chioggia, e lo scrittore e velista Alfredo Giaccon che gira il mondo in barca a vela da più di trent’anni.

L’idea imprenditoriale nasce da un gruppo di due famiglie – 5 soci – con la passione per il mare e la nautica e una grande esperienza nelle tecnologie e nell’internazionalizzazione delle aziende italiane: Tito Alleva e Patrizia Barbieri, imprenditori nel campo delle tecnologie, sia in Italia che all’estero, già presidente di Confapi Padova (Tito) e presidente regionale di Confapi (Patrizia) e Michele Lorenzon Vos, una lunga esperienza internazionale di direzione di società di servizi e industriali in Italia e all’estero.

Remy facilita il noleggio occasionale di barche e super yacht tra privati, riunendo in un solo portale web tutti gli elementi necessari alla concretizzazione del noleggio.

I servizi sono fruibili da un portale partecipativo gratuito o da una App, dove gli armatori possono proporre il noleggio della propria imbarcazione agli utenti della rete, con cinque diversi modi di noleggio: noleggio con armatore, noleggio senza armatore (sola barca), noleggio in trasferimento, noleggio con skipper, noleggio al molo (senza navigazione). “Confermata la prenotazione, i servizi di Remy Service sono accessibili per rendere il noleggio occasionale nel Mediterraneo un’esperienza sicura, trasparente, conveniente, facile” spiega l’azienda.

La società propone i suoi servizi  in 4 lingue (italiano, tedesco, francese, inglese) che nel tempo diventeranno 8 (italiano, tedesco, inglese, francese, croato, spagnolo russo, greco) e partecipa a promuovere il territorio italiano e a sviluppare il mercato della nautica da diporto ed i servizi turistici. Ha ambizioni internazionali, poiché prevede di sviluppare un’attività locale in tutti i paesi europei che si affacciano sul Mediterraneo.
Per tutelare l’armatore, il suo cliente e l’eventuale equipaggio durante tutto il periodo di noleggio, le barche, i suoi passeggeri e il suo equipaggio saranno coperti da un’Assicurazione coperta gratuitamente da Remy, creata su misura in collaborazione con AIG. Questa assicurazione kasko copre le barche per i danni, la perdita in navigazione, l’incendio e scoppio, le spese di assistenza, di salvataggio e di rimozione del relitto, mentre per i passeggeri e l’equipaggio AIG prevede una copertura sanitaria alla persona.

Inoltre Remy ha stretto una partnership con Emergensea a completamento delle garanzie assicurative già offerte gratuitamente durante il periodo di noleggio.

Copyright: Gruppo Gedi – Espresso Itedi

Benetton ritorna in pista e vuole la Ducati

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Andrea Dovizioso e la sua Ducati (da sito dell’azienda)

Se l’operazione Atlantia-Abertis, il cui studio risale ancora al 2016, è stata partorita dal genio manageriale di Gianni Mion, la partita Ducati è tutta farina del sacco di Marco Patuano.

Il nuovo amministratore delegato di Edizione Srl, ex ceo Telecom, è entrato nella galassia Benetton a gennaio di quest’anno, sette mesi fa, portando una sferzata di energia e nuovi sorprendenti dossier sul tavolo del gruppo che oggi si occupa di infrastrutture e servizi per la mobilità, ristorazione aeroportuale e autostradale, tessile-abbigliamento, immobiliare e agricolo.

L’acquisizione di Ducati, gestita fino all’altro giorno con la massima copertura, potrebbe essere per la famiglia di Ponzano, un nuovo capitolo industriale molto ben allineato al decalogo sugli «investimenti di lungo periodo» esplicitato nella relazione di bilancio 2016 da poco approvato e reso noto al pubblico: «aziende target con forte esposizione internazionale e leadership di settore», «gestite da management con forte visione imprenditoriale», in «settori non correlati con il portafoglio esistente», con «dimensione di investimento tale da consentire un’influenza strategica». Edizione spiega che «nei progetti di investimento possono essere coinvolti partner»; e non è escluso che, per Ducati, i Benetton possano assere affiancati da un fondo a supporto dell’esborso monetario.

Oggi Edizione ha in cassa 1,85 miliardi liquidi: Ducati viene valorizzata tra 1,2 e 1,5 miliardi.Volkswagen, che ne è proprietaria dal 2012, vuole venderla. Il caso Dieselgate finora è costato al colosso teutonico 25 miliardi di dollari negli Usa. Il marchio dunque verrà ceduto per fare cassa; ma è anche vero che il mondo delle auto non è quello delle moto e in questi 5 anni, notano gli esperti, sono davvero poche le sinergie industriali create dal marchio a doppia «V».

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Gilberto Benetton vicepresidente di Edizione

Volkswagen aveva palpitato ben sei anni prima di conquistare Ducati. La rossa italiana era nel cuore del patron di Volkswagen Ferdinand Piëch, in quanto fu la sua prima moto. Così, nel 2006, quando Texas Pacific Group lasciò Borgo Panigale (da sempre sede dell’azienda), Piëch si fece avanti ma venne battuto da Investindustrial di Andrea Bonomi.Il finanziere resse le positive sorti di Ducati – che sotto la guida del ceo Gabriele Del Torchio diventò uno dei più redditizi brand motociclistici al mondo – fino al 2012; poi, ironia della sorte, lo cedette a Piëch. I tedeschi di Audi, che in gara sconfissero Mercedes, la pagarono 860 milioni. Oggi il marchio vale ben di più.

I Benetton, che ufficialmente rispondono «no comment», stanno definendo un’offerta non vincolante – si dice per 1,2 miliardi – per accedere alla short list. Ma non sono i soli e la partita è davvero agguerrita. Tra le offerte pervenute vi sarebbero anche quella del fondo Usa Bain Capital, le indiane Eicher Motors e Bajaj Auto, l’americana Polaris Industries e la stessa Investindustrial di Bonomi. Circolano poi voci su Cvc Capital Partners, Advent e Pai. Si sarebbe invece defilata Harley-Davidson.

Il 19 luglio un nostalgico Flavio Briatore ha postato sui social una foto al fianco di Alessandro Benetton. Nella didascalia si legge: «Qualche anno fa, tre titoli mondiali (nel team di Formula 1, ndr)». La storia si potrebbe ripetere domani… in MotoGp.

Copyright – Gruppo GEDI Espresso-Itedi

Anna Fendi: “I francesi? Sono più bravi di noi, ma il made in Italy resta eterno”

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Le cinque sorelle Fendi e Karl Lagerfeld

PADOVA. Ray ban da vista scuri, capelli biondo platino, vestito d’oro e nero. Animo elegante, fare raffinato, eloquio quieto e preciso. Anna Fendi arriva a Padova, in una giornata di sole, ambasciatrice attesa per la nuova collezione da tavola, a sua firma, nello showroom padovano della vicentina Ad Dal Pozzo. Stilista, creatrice con le quattro sorelle (Paola, Franca, Carla e Alda) e la madre (Adele Casagrande) del celebre marchio dalla doppia effe rovesciata, ha ricevuto nel 2011 il prestigioso riconoscimento Hall of Fame Woman of the Year per il suo ruolo di ambasciatrice del made in Italy del mondo. Dopo aver venduto l’azienda al colosso francese Lvmh, Anna Fendi ha reinvestito tutto in una nuova attività imprenditoriale: una collezione esclusiva di vini selezionati, rigorosamente prodotti in Italia. FF: Prima il fashion, ora il food.
Signora Fendi mi tolga una curiosità fin dal principio: chi fu a ideare il logo della doppia effe rovesciata divenuto il simbolo eterno di Fendi nel mondo?
Quello lo disegnò Karl. Era il 1966.
Lagerfeld fu il vostro primo stilista e ancora oggi è direttore artistico di Fendi, azienda passata ai francesi nel 2000. E’ lui il driver della continuità?
Io sono uscita proprio nel 2000 ma mia figlia Silvia (Venturini Fendi, ndr) ha preso il mio posto. Eravamo in cinque sorelle e ognuna aveva il suo ruolo. Non che nessuno ce l’avesse in realtà mai assegnato, abbiamo seguito, ognuna, la propria predisposizione innata. E così io sono stata la responsabile studio e stile di Fendi e oggi Silvia si occupa di tutti gli accessori che lei disegna, della linea uomo e bambino e rappresenta tutta la linea moda. Karl Lagerfeld la conosce da quando era bambina, Silvia è cresciuta con Karl c’è forte affetto e affiatamento.
Come è nata la grande storia imprenditoriale Fendi?
Il vero personaggio di famiglia era nostra madre. Una donna eccezionale e agguerrita. Abbiamo perso nostro padre da giovani e poteva essere indebolita dalla mancanza del compagno. Ho iniziato a lavorare da piccola, mamma aveva un’azienda a Roma di pelli e maroquineria con un laboratorio di pelliccia al piano superiore. Ho lavorato per necessità, mamma aveva bisogno d’aiuto e io non avevo ancora 18 anni. I primi tempi sono stati terribili. Mia madre poteva dirigere un esercito di soldati e io non amavo questa impostazione di lavoro quindi appena ho potuto mi sono impegnata per cambiare.
Da dove è iniziato il cambiamento?
Ho iniziato a cercare accessori, mi sono occupata di trasformarli a mio piacere d’accordo con i fornitori e poi a richiederne l’esclusiva.

Anna Fendi

Fendi è stata ed è soprattutto pellicceria.
La pellicceria allora era un status, un modo di ostentare la ricchezza ma non c’era nulla che fosse moda. Noi abbiamo avuto per prime il coraggio di rinnovarle: niente fodera, pelliccia reversibile e leggera, nessuna sovrastruttura. Ma il vero grande coraggio l’abbiamo avuto quando abbiamo scelto di prendere una sede in centro a Roma in via Borgognona, una strada non conosciuta ma parallela alla mia adorata via Condotti.
Ci racconta?
Allora era in vendita il vecchio cinema-teatro Bernini: abbiamo acquistato l’immobile e ce lo siamo sentito sulle spalle con un’esposizione economica non indifferente. Nella parte sottostante abbiamo aperto un punto vendita diretto, al piano superiore l’atelier di moda quindi i laboratori. Era il 1965 e trovai più resistenze dalle mie sorelle che da mamma.
Fu allora che avvenne l’incontro con Lagerfeld?
Capimmo che avevamo bisogno di un buon disegnatore e di lavorare in team con lui. Il nostro PR ci presentò Karl Lagerfeld che ai tempi era giovane e meno celebre ma la creatività non ha età. Con lui trovammo il coraggio di andare oltre la clientela romana e di presentare una collezione pret à porter di pellicce a Firenze a Palazzo Pitti. Una collezione di stampati di cavallino ispirata alla Lapponia che ancora oggi è modernissima. Karl anticipava sempre i tempi… Poi siamo arrivati a Milano. Da lì grazie all’Ice in America, in tour da Chicago a San Francisco per presentare una nuova collezione di pellicce innovative al polpaccio. Gli americani però non le amarono.
Un buco nell’acqua?
Stavo per tornare a casa delusa quando decisi di fare tappa a New York con mia sorella Carla e Rudi Crespi. Visitammo diversi grandi store e incontrammo i loro manager. Li invitammo a vedere la nostra collezione in albergo e Bergdorf Goodmann ci chiese subito di poterla vendere. Era il 1975. Da lì, da NY, Fendi conquistò il mondo e anche la stampa italiana che fino ad allora non ci aveva granché gratificato.
Altro che marketing…
Il marketing è buon senso applicato: abbiamo sempre lavorato duro sapendo che la moda doveva anche essere produttiva.
Il suo ricordo più bello di quegli anni?
Da noi a Roma sono passati grandi nomi come Sergio Leone, Visconti, Fellini, Scorzese. Ricordo ancora il mese di lavoro per vestire Silvana Mangano per il film “Gruppo di famiglia in un interno”.

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Anna Fendi in una foto d’archivio

La più grande invenzione della moda qual è stata a suo avviso?
Nessuno inventa nulla neanche nella moda. Forse l’unica vera invenzione sono stati i tacchi a spillo. E’ un continuo prendere spunto”.
E l’idea della collezione di vini come è venuta?
“Avevamo una villa storica di famiglia lungo il Tevere a Roma, a pochi minuti da piazza del Popolo. Si chiama Villa Laetitia è del Brasini e risale al 1911. Nel 2000 quando sono uscita da Fendi ho pensato di restaurarla e trasformarla in Hotel, lasciandole il nome storico latino. Contestualmente è nata la necessità della ristorazione tramite la gestione di un’enoteca stellata, La Torre, e un piccolo bar. La ricerca dei vini è partita da una passione personale ed è diventata una sorta di guida per gli ospiti dell’albergo. Mio marito è un appassionato di vini ed è lui il responsabile. Insieme abbiamo cercato di dare il meglio. Questa avventura imprenditoriale è partita nel 2013 selezionando piccole cantine e posizionando i vini nei migliori ristoranti di Roma”.
Poi è diventato un business…
Poi ci siamo allargati ma sempre nei piccoli numeri: nel 2016 abbiamo venduto 30 mila bottiglie e per il 2017 contiamo su un aumento del 25% visti i contatti con gli importatori. La soddisfazione ci arriva dall’export che vale l’80%: Cina, Giappone, Malesia ma anche Polonia, Londra. Abbiamo trattative in corso con l’Australia, Paesi Baltici e Russia. Siamo sui 2 milioni di euro di fatturato con un’azienda, la Afv Srl, flessibile ed elastica.
L’etichetta è Anna Fendi, ma non lo producete voi..
Ci appoggiamo a piccole cantine dove c’è la qualità maggiore: vino buono e sano che non coincide con il biologico. La garanzia è la selezione, perché è questa la nostra differenza, il fatto che abbiamo scelto solo 25 cantine tutte italiane. L’etichetta anteriore riporta il logo Anna Fendi, sul retro citiamo per intero il produttore. Sei di queste etichette sono venete, è la regione oggi più rappresentata nel nostro portafoglio.
Solo made in Italy?
Abbiamo rifiutato un grande vino francese, ma è una questione di coerenza e nel 2011 sono stata premiata proprio per la continua difesa della produzione made in Italy.
Ma Fendi non è più italiana.
Anche in mani straniere un brand resta una creatura italiana, specie se è un marchio nato da una grande famiglia. Il problema è che è fatale, che alla quarta generazione, questo legame si sciolga. Per essere eterni questi marchi hanno bisogno di denari e gruppi forti.
Quindi di colossi come Lvmh.
I francesi sono più bravi di noi e sanno gestire meglio, noi non siamo mai riusciti a portare Fendi dove l’ha portata Lvmh. Avevamo pochi negozi, oggi sono 250 i monomarca nel mondo. Ma io mi sento ancora Fendi e il personale è Fendi. I buyer continuano a venire a Roma ad acquistare e vedo una grande difesa dell’italianità da parte dei francesi che sponsorizzano il restauro dei nostri beni architettonici e ne sono orgogliosa.
E il suo futuro adesso?
Dalla vendita Fendi ho rinvestito tutto nella nuova azienda ma forse ho sbagliato. Da imprenditrice mi preoccupano la giustizia e la burocrazia italiana, specie in un’attività all’inizio che non può essere redditizia ma nonostante questo è vessata da fisco e dalla legge.

@eleonoravallin