Tag

, , , , , , ,

Non ama la tecnologia. Ha il sano gusto delle relazioni antiche, fatte di persone. Crea osservando la gente per strada. E da un semplice foglio A4, piegato, compone una borsa. La storia di Renzo Zengiaro è stata a lungo taciuta. Relegata a una riga sulla comune Wikipedia. Inutile sondare i perché; quello che importa è la lezione che questo artigiano può dare. Un artigiano con la A maiuscola, perché Zengiaro ha fondato nel 1966 Bottega Veneta. «Sembrano passati mille anni – esordisce -. E oggi viviamo in un’altra epoca. Allora tutto veniva tramandato spontaneamente, era nel Dna delle persone. Ora siamo immersi nella tecnologia e sviluppiamo sensibilità diverse. Oggi bisogna spiegare, un tempo si assorbiva».  Non solo: «Una volta era normale usare le mani. Ora meno. Oggi chi fa ‘a mano’ produce oggetti anche di scarso valore artigianale, si inventano molti più prodotti. Un tempo ce n’era uno ed era quello per quasi tutta la vita» risponde.

Il ritorno all’artigianato è nell’aria ma Zengiaro parla chiaro: «Non possiamo tornare indietro; non sarà più come prima. E non può esserlo, si è perso qualcosa. Oggi c’è più richiesta, la gente è più ricca. Però dobbiamo essere consapevoli che viviamo in un posto magico di cultura e storia e che stiamo rovinando tutto. Sono tuttavia convinto che l’Italia una marcia in più ce l’abbia ancora. Perché la nostra storia ce lo conferma».

Immagine

Renzo Zengiaro

Zengiaro è nato, ha lavorato e vive tutt’ora a Vicenza. La sua storia artigianale inizia negli anni ’40, in tempi di macerie e guerra quando divenne apprendista in una sartoria a soli 14 anni. Ci rimase qualche anno, poi venne assunto dalla ditta Marisa. Il laboratorio era piccolo, il titolare d’origine padovana ma con sede produttiva a Vicenza. «Avevo un’ottima manualità. Imparai subito tanto. Ero il più promettente e a 18 anni iniziai a creare i miei primi modelli». «Non c’erano al tempo le scuole di pelletteria – racconta –. La tradizione ci rimandava ai cuoi toscani e veneziani del ‘500. Vicenza aveva un tradizione tessile-laniera. Iniziai a scostarmi dalle forme rigide imperanti nelle borse dell’epoca ma perché non avevo competenze da pellettiere. E’ così che ho iniziato a fare la sacca morbida, più adatta ai tempi».

Poi venne il laboratorio nella sua casa di famiglia. Zengiaro diventa terzista dell’azienda e anche produttore di una seconda linea. Le imprese e il miracolo veneto sono nate così. Ma il caso favorisce sempre la mente preparata. E nel ‘66 il figlio del rappresentante della ditta Marisa, Michele Taddei, asseconda il suo progetto dimettersi in proprio. Entrambi lasciano la ditta e fondano «Bottega veneta artigiana» con il 50% del capitale ciascuno. Zengiaro, che ha 35 anni, disegna e produce. Taddei segue il commerciale e le vendite. Si sceglie il nome veneta per rifarsi all’antica tradizione dei cuoi antichi rivisitati di Venezia. Bottega perché lui è un artigiano e il nome «viene dall’arte». Si prediligono pellami ovini e conce all’anilina, ovvero tinture artigianali in botti che assicurano la presa del colore nel dritto e nel rovescio, come una volta. Le idee sono chiare: un prodotto d’élite. La produzione è piccola. La distribuzione selezionata. Il prezzo alto. «All’inizio venivano rifiutate perché non erano capite. Troppo morbide dicevano i venditori. Ma appena si mettevano sul banco furono le prime a essere vendute».

«In due anni abbiamo visto un vero e proprio exploit – dice Zengiaro – in una settimana avevamo iniziato a vendere la capacità produttiva di una stagione». Sono gli anni delle sorelle Fendi, di Roberta di Camerino, Ferré, Gucci. Loro applicavano i loghi alle Borse: la doppia F, la R o la G. Bottega Veneta scelse il nome no-logo e lo slogan: «Quando le iniziali non sono necessarie». Nel 1970 già vendeva all’estero: Parigi e Germania, prima di tutto. Poi arrivò anche il primo negozio New York.
«Al tempo – ricorda – le firme erano tutte posizionate sulla Quinta Strada. Ma c’era la Madison, parallela, piena di negozi vuoti a sconto. Cercammo lì e comprammo. Oggi è la strada della moda». Lo store fu arredato in stile veneto. Furono portati a New York mobili bassanesi, moquette e tessuti veneziani, lampadari di Murano. Il negozio newyorkese divenne un salotto con la merce esposta dentro armadi. Per l’inaugurazione Bottega Veneta puntò sull’offerta a 360 gradi. Vari amici artigiani confezionarono cornici, maglie, scarpe, guanti e valigie. 

Era il 1971. Per l’apertura Alitalia fece una pubblicità (gratuita) su Vogue con una borsa Bottega Veneta promuovendo il volo per New York. Zengiaro e Taddei offrirono prosecco, soppressa e pan biscotto. In quel negozio sono stati girati film. Tra i clienti si annoverano nomi del calibro di Barbra Streisand, i Kennedy, Ethon John, Andy Wharol e molti altri.

A Vicenza intanto arrivò un’opportunità: con la nascita della nuova zona artigianale, il Comune diede terreni a sconto e Bottega Veneta acquistò 9mila metri quadri ma ne costruì solo mille. «Il resto? Alberi». Bottega Veneta, con la nuova sede, perde l’aggettivo «artigiana» e diventa Spa. La nostra regola era: mai crescere sopra le nostre possibilità ma con tenacia». «Ogni Natale si faceva una cena – ricorda Zengiaro – con dipendenti e collaboratori e nella ricorrenza dei dieci anni organizzammo un viaggio a Parigi. Fui l’unico assente a letto con 39 di febbre, ma ne conservo ancora il filmato».

Poi venne l’intreccio che, a dire il vero, «è sempre esistito – specifica Zengiaro -. Basti pensare alla iuta, i canestri, le borse di paglia. Noi avevamo in quel momento un artigiano che ci propose nei guanti di nappa con dei campioni. La trama era piccola, l’unica elaborata fino allora che esisteva da sempre, quindi facemmo fare degli intrecciati larghi dando noi la misura in base alle nostre necessità e capacità di lavorazione con cui poi confezionammo alcuni modelli di borse». Ma piacquero poco. «Ci furono rifiutate da Parigi, erano borse sentite come un prodotto estivo di paglia. Dopo un anno, visto l’insuccesso, lasciammo cadere l’esperimento e decidemmo di tenerne solo alcuni campioni». Ma quei pochi «sfondarono in Giappone». E poi in Usa. La richiesta raddoppiò e la lavorazione fu portata dentro l’azienda. L’intreccio diventa l’immagine aziendale e il logo in tutto il mondo. Per sempre. 

Siamo alla fine degli anni ’70. L’azienda è in piena espansione, soprattutto in Usa e Giappone, ma le vicende personali dei due fondatori sono a un bivio e si dividono. L’equilibrio si rompe e Zengiaro esce. E dopo poco anche Taddei lascia. Bottega veneta passa di mano finché arriva nel 2001 il gruppo Gucci che rilancia l’azienda ricominciando dallo stile originale degli anni ’60, recuperando il senso del prodotto di quei tempi. Anche la storia di Zengiaro continua. «Ho collaborato prima con la ditta Visonà di Vicenza, poi per Desmo a Firenze infine per Loewe». Chiamato a fine anni Settanta dalla maison spagnola, l’artigiano-imprenditore esporta a Madrid le sue forme morbide in nappa. Loewe inizia a parlare il suo stile. «Era il Gucci spagnolo e io mi divertii a sperimentare»: forme rigide come sculture, con gli interni delle ventiquattrore in legno, cuoi antichi rivisitati e molto altro». Zengiaro resta a Loewe per vent’anni. «Ero un tecnico con oltre 50 anni di esperienza e ancora tanto entusiasmo». Ma c’è un punto fondamentale: il personale. «Fin dalla ditta Marisa ho sempre selezionato quelle 5-6 persone attorno a me che reputavo le migliori e che seguivo direttamente per l’aspetto creativo. Ma ho sempre creato con tutto il personale una familiarità aziendale creativa, l’ambiente in cui si lavora è uno stimolo forte alla creatività». «Con le proprie persone in azienda ci deve essere sempre il gusto di fare qualcosa di importante – chiosa – senza sapere cosa. Ma queste emozioni si trasmettono nel risultato del prodotto».

di Eleonora Vallin

(Articolo pubblicato sul Giornale di Vicenza il 27 luglio 2013 – Copyright ©)

Annunci