Tag

, , , , , , , ,

Alcune riflessioni tratte dal dibattito di apertura del Salone #CultVenezie svoltosi a S.Basilio in Laguna dal 22 al 24 novembre.

«La sfida è passare da una nuova leva di appassionati a una nuova leva di imprenditori capaci di fare e imparare facendo. Solo così, facendo, essi sapranno riconoscere e dare valore alle cose altrui. Fatte allo stesso modo». Stefano Micelli, autore di Futuro artigiano.

Il tema: Cultura è Manifattura. «E’» voce del verbo essere. Perché pensare e produrre sono la stessa cosa, due azioni di uno stesso processo creativo. «Mai distinguere le chiacchiere dalle azioni – sottolinea il direttore della Fondazione Pirelli, Antonio Calabrò – meglio parlare di chiacchiere buone e cattive, e di azioni-prodotti che vendono e altri che il mercato rigetta e quindi che non funzionano».

La sfida: riannodare i fili della nostra storia, partendo dal punto di origine per scoprirci artigiani e produttori. Rimettere in moto la cultura del fare per rimettere in moto in consumi in un modo diverso, italiano aggiungiamo noi, lontano dalla massificazione e dal consumismo imperante. Perché «non basta fare, bisogna fare bene». Mediocrità contro la sapienza di un fare artigiano che ci conduce a Giotto, Leonardo, Galileo. «Quando progettavano o scrivevano – dice Calabrò – Galileo o Leonardo non distinguevano tra la teoria e la pratica. E noi siamo pieni di casi di aziende e imprenditori che hanno affinato prodotti unendo capacità tecnica al pensiero». Ma anche al sogno.

«Dream»: quella parola appesa a mo’ di istallazione by Yoko Ono negli uffici del Lanificio Bonotto che ha inventato la fabbrica lenta per rallentare la produzione tornando all’artigianalità e al ben fatto, diventa oggi la parola d’ordine. Ma non c’è nulla di nuovo in questo, solo la denominazione inglese. Perché c’era il sogno anche in Adriano Olivetti che inventò la prima macchina da scrivere leggera, portatile e colorata, campione di vendite e incassi. Ma anche oggetto di design. E sognava pure Giovanni Battista Pirelli andato all’estero per studiare i tessuti. Ma anziché trovare lana e cotone scoprì la gomma e nacque così la Pirelli. L’esempio è davvero semplicistico anche nella narrazione, ma il concetto è questo.

La svolta. Il fenomeno dei makers o, chiamiamoli in italiano, degli autoproduttori così come degli artigiani (industriali o seriali) è una riscoperta di un tessuto sociale che anziché subire passivamente si inventa un lavoro, crea, fa e trae pure felicità da questo processo, come evidenzia Davide Gauntlett. Soprattutto se lo comunica, meglio in rete, e lo condivide diventando parte attiva di un processo di comunità. Nuove comunità stanno nascendo, dagli ambienti di co-working, ai Fab-lab, a nuovi spazi di condivisione più o meno improvvisati che si stanno definendo in ogni parte d’Italia. Un bacino per nuova occupazione, ma anche, per tornare all’affermazione iniziale di Micelli: un bacino di competenze per un nuovo modo di produrre. In questo caso, il dibattito non verte sulla qualità di quanto si produce. E nemmeno sulla quantità. L’approccio è british e orizzontale. «Democratico» spiega Gauntlett, perché non individua «talenti», i migliori da promuovere. Ma rende orizzontale il fare, un mare magnum dove tutti possono produrre.

La tecnologia: aiuta, sia essa una stampante 3D o una forma social del web 2.0. Gli esempi sono esposti a Cult, in oltre 90 prodotti di Open Design Italia. Il passaggio è culturale e fino a cinque anni sarebbe addirittura stato eretico: ma oggi la società consumistica frena e l’Italia è un esempio di consumi stagnanti. «Si comprerà meno – dice Micelli – ma meglio e noi, in questo meglio, dobbiamo ritagliarci uno spazio nello scacchiere internazionale». «Noi viviamo di fabbrica e artigianato – aggiunge Calabrò – e anche l’artigiano che diventa industria resta artigiano. La fabbrica, che ha avuto da sempre un’immagine negativa e poco attraente per giovani e lavoratori ha bisogno di un nuovo orgoglio. Perché nella fabbrica di impara l’incrocio tra diritti e doveri, che è alla base della democrazia».

Concludendo: se dunque la forza nuova che l’Italia deve riscoprire è la soggettività della produzione e del consumo contro l’Illusione e l’appiattimento di massa, è anche necessario e urgente un recupero di competenze e di «credibilità delle competenze» nell’era di internet. Se oggi infatti  grazie a nuovi programmi web e al costo ormai democratico delle stampanti 3D è possibile produrre lo stesso oggetto in Italia così come in Cina, cosa può distinguerci se non le competenze? Tutto questo ha senso però se non resta chiuso in un capannone o in casa ma si apre e riscopre uno spirito di comunità. Ma bisogna anche difendere la nostra storia e la nostra lingua. Chiamiamoci, dunque, artigiani. Non makers.

Dallo speciale #CultVenezie @Veneziepost – Copyright Eleonora Vallin

Annunci