Bisogna attraversare un piccolo ponte e perdersi nei mille rivoli di un’unica via che conta oltre settanta civici per trovare Et-Rosa: un capannone senza insegne a Cornedo vicentino a pochi chilometri dalla Marzotto di Valdagno. Eppure, varcata curiosamente la soglia, quello che accoglie ogni visitatore, cliente o buyer, è un’azienda tappezzata di quadri alle pareti, di profumi e di cultura ben organizzata in una filiera che dall’idea arriva al prototipo, in meno di 10 metri di corridoio.

Et-Rosa, declinazione latina dell’antico nome aziendale greco Etros, è un’impresa di 50 addetti che produce prototipi e modelleria per marchi lusso del made in Italy e non solo. Tra questi: Max Mara, Moncler, Kiton e Staff international del gruppo di Renzo Rosso… per citarne alcuni. Gestisce ogni tipo di stoffa, dalla pelliccia al jeans, e ogni tipo di capo: dalla giacca al pantalone. Stando così al riparo da mode e stagionalità.

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La peculiarità di Et-Rosa, piccolo anello di una filiera le cui sorti sono sempre più in mano ai brand francesi, è che nel deserto dei contoterzisti è una perla rara. Primo, perché guadagna e cresce: come addetti (sono stati appena assunti dall’azienda gli esuberi tagliati dalla riorganizzazione di Mcs del gruppo Marzotto) ma anche come metri quadri. Secondo: perché il titolare, all’anagrafe Olisse Gonzo (nella foto), è un ceramista che colleziona ogni Domenicale delSole24Ore, non possiede Tv, dipinge e, soprattutto, ha un progetto che riguarda il recupero dell’ex caserma Ghisa, abbandonata nel 2007, per dare sede e spazio a una filiera a km zero del tessile-moda italiano.

«Perché non occupare quei metri quadri in decadenza con una fabbrica integrata?». Et-Rosa ha già in mano un progetto che unisce la filiera: i tessuti sono quelli del Lanificio Bonotto, la prototipia è loro, e la firma design è di Maurizio Zaupa che con Nicola Bardelle, titolare del marchio Jacob Coen morto due anni fa, aveva dato vita al marchio Massaua e a una linea uomo coloniale ad alta sartorialità e rispetto ambientale: ovvero con lane berbere e cotone Zimbabwe (un particolare cotone derivante da coltivazioni tradizionali e naturali con scarso impiego di acqua, lavorato in Giappone e tinto con indaco vegetale) tessuti dal lanificio Bonotto, prodotti con vecchie pratiche di produzione artigianale su telai d’epoca. Massaua che è il nome derivante dalla “tela Massaua”, un tempo usata per le uniformi coloniali, è partita da Berlino ma vende a tutta Europa. Perché allora non concentrare questo sapere artigiano e creativo in un unico spazio industriale, dando vita a una grande manifattura italiana e stimolando sinergie con grandi brand del made in come la stessa Diesel, già in rete e a pochi passi da Et-Rosa?

Gonzo è diplomato all’Istituto d’arte. E’ entrato in fabbrica come operaio tessile, poi si è messo in proprio. Non è un imprenditore qualunque e il suo progetto vive di concretezza ed esperienza: negli anni ’80 aveva 60 dipendenti e un’attività terzista ben piazzata in tutta la Germania. Nel 1992 ha compiuto il salto lanciando e sviluppando due marchi al tempo sconosciuti come Costume Nazional e Carla Sozzani, investendo tempo, competenze e denari. «Ho imparato a mie spese quanto costi capitalizzare un marchio. E alla fine ho dovuto lasciare perché non avevo finanza». Gozzo ha lanciato anche Frankie Morello: «Ha bussato a questa porta nel 1995» ricorda l’imprenditore. Oggi tutte queste esperienze sono un bagaglio fondamentale, oltre a essere uno dei pochi prototipisti rimasti post-crisi.

Il segreto del successo di un mestiere à la façon? «Andare controcorrente – spiega Gonzo – fare quello che gli altri non fanno. Io ho creduto nel made in Italy e nella capacità delle persone. Ho visto depauperare lentamente il sistema ma ho pensato: ‘Se chiudiamo tutti chi darà supporto a questi brand?’. Max Mara sta facendo rientrare le lavorazioni dalla Turchia e non è più competitivo produrre in Cina. I tempi di risposta si sono dimezzati e le quantità sono aumentate. Produrre lontano non conviene più. Tutto è ciclico: nascita, boom, decadenza. Sono convinto che si tornerà a produrre qui – conclude convinto -. Perché si cerca sempre il minor costo ma la terra è rotonda e, prima o poi, si torna al punto di partenza».

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