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Aveva l’elicottero, una macchina di lusso, le cravatte di seta Hermès. Era diventato ricco con il sudore della fronte e forse per questo era rimasto quello di sempre.

Egidio Maschio era genuino, veneto nel sangue. Non sapeva nessuna lingua, tranne il dialetto, eppure girava il mondo. Nel suo ufficio, alla parete, è ancora affissa la foto della vecchia e misera casa dei genitori: il simbolo del riscatto dalla povertà ma anche del coraggio di essere un imprenditore, uno che si è ‘fatto da solo’. Egidio non aveva ereditato la società del padre. Nel 1964, ad appena 22 anni, aveva preferito fare gli straordinari nella sua stalla piuttosto che in fabbrica, alla Carraro, dove era dipendente. Un operaio meccanico non come gli altri; Egidio, con il fratello Antonio, poco più grande, aveva scoperto, di notte, come si saldavano gli scheletri delle sedie. Nacque così, a forza di tentativi, anche la prima fresa Maschio. I due fratelli cercavano clienti nelle stazioni dei treni, ma arrivarono ben presto in Grecia. Poi Francia, Olanda. In tutto il mondo.

Con la vicina Carraro, e con l’imprenditore Mario, iniziò così un rapporto speciale: stima, quasi venerazione, ma anche concorrenza. E Maschio si mise in testa di diventare leader nelle seminatrici, il business dismesso dall’azienda che per anni gli diede lavoro. «Mai mollare, bisogna sempre attaccare. Perché il mondo non si ferma. Mettere la testa fuori e non chiudersi nel guscio» diceva in tempi di crisi. La sua parola d’ordine era «fedeltà». Alle banche, ai fornitori, agli operai, agli amici. Come Ennio Doris, che atterrava in elicottero direttamente in azienda; Silvio Berlusconi che proprio nello stabilimento tenne un comizio elettorale due anni fa; e perfino Romano Prodi.

Imprenditore solidale, si narra che abbia sempre offerto un posto di lavoro a tutti. Nessuna assistenza, ma se bussavi alla sua porta, ti metteva alla prova. Egidio ha dato e assicurato lavoro, dispensato la sua ricchezza e aiutato, come nel caso della ricostruzione di un asilo nel modenese danneggiato dal terremoto, donando alla parrocchia di Mortizzuolo parte delle vendite.

Aveva approntato il passaggio generazionale: in azienda erano entrati due figli e una nipote: Andrea, Mirco e la giovane Martina. Ma la fretta della cessione del controllo dell’azienda, con la nomina, solo due settimane fa, di un nuovo amministratore delegato, Massimo Bordi (ex Ducati) e Paolo Bettin (ex Carraro) a Cfo, ha colpito i più attenti osservatori. Egidio sognava di conquistare l’Africa e perfino una quotazione in Borsa ma non di ‘mollare la presa’, forse su richiesta di quelle stesse banche a cui aveva attinto denari per crescere nel mondo e investire in Italia.

C’è chi dice che nelle ultime settimane si era come ritirato. Egidio non era un ‘presidente da Cda’ ma un imprenditore alla veneta di un’azienda che aveva dato i segni della necessità di una riorganizzazione. L’annuncio dei primi esuberi a febbraio deve essere stato un duro colpo per chi ha sempre considerato quella la sua «famiglia» vantandosi di non aver mai fatto un’ora di cassa integrazione. Soprattutto se, negli anni, la strategia è stata quella di acquisire aziende in crisi, in primis la Gaspardo di Morsano al Tagliamento (PN), riportandole agli allori e dando occupazione.

Egidio è purtroppo il sintomo evidente che in Veneto il sistema è ancora fragile e incapace di rispondere agli ultimi e pesanti echi della crisi, in modo diverso e innovativo. Il mercato agricolo non gira, i prezzi dei cereali sono alle stelle, probabilmente qualche investimento è stato azzardato e ha appesantito il debito che preme come un masso sullo stomaco oltre che sui conti. Dati di fatto. Ma qui è forse stata la paura, a fare la differenza: quella di affrontare un nuovo periodo dove le promesse di un tempo non avrebbero potuto più avere luogo.

Mattino di Padova – Copyright

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